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La crisi frena i consumi, le riserve delle famiglie fino a 80 miliardi

ROMA. L'onda lunga della crisi e la paura di nuove tasse stoppano i consumi delle famiglie, frenano gli investimenti delle aziende e congelano la liquidità delle banche: crescono, così, di oltre 80 miliardi di euro le riserve, vale a dire il denaro lasciato nei depositi e nei conti correnti. Nell'ultimo anno i salvadanai delle aziende, dei cittadini, degli istituti di credito, delle onlus, delle assicurazioni e dei fondi pensione sono aumentati, complessivamente, da 1.477 miliardi a 1.558 miliardi in crescita di 80 miliardi (+5%). Per le famiglie l'incremento dei tesoretti è pari a 15 miliardi (+1,7%) e per le aziende a 14 miliardi (+7%), mentre le banche, che continuano a tenere serrati i rubinetti dei prestiti (in calo di 7 miliardi), la liquidità è cresciuta di quasi 52 miliardi (+16%).

Questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa sull'andamento delle riserve italiane da giugno 2014 a giugno 2015. Secondo il rapporto, basato su dati della Banca d'Italia, nell'ultimo anno le riserve degli italiani sono passate da 1.477,7 miliardi a 1.558,4 miliardi in salita di 80,7 miliardi (+5,46%). Nel dettaglio, i depositi delle famiglie sono saliti di 15,4 miliardi (+1,77%) da 874,2 miliardi a 889,7 miliardi; i tesoretti delle imprese familiari sono cresciuti di 2,2 miliardi (+4,92%) da 45,8 miliardi a 48,1 miliardi; per le onlus (organizzazioni non lucrative senza scopo di lucro), l'incremento è pari a 400 milioni (+1,66%) da 24,1 miliardi a 24,5 miliardi. Il comparto relativo alle assicurazioni e ai fondi pensione è l'unico che ha fatto registrare una diminuzione: le riserve sono calate di 3,4 miliardi (-15,51%) da 22,4 miliardi a 18,9 miliardi.

La liquidità delle aziende è invece aumentata di 14,2 miliardi da 198,4 miliardi a 212,6 miliardi (+7,18%). «Le riserve delle banche sono cresciute di 42,7 miliardi (+13,30%) da 321,4 miliardi a 364,1 miliardi. La liquidità congelata degli istituti è uno dei motivi del credit crunch. Nello stesso periodo, infatti, il totale dei finanziamenti al settore privato è diminuito di 7 miliardi», sottolinea Unimpresa. «Anni di austerity e tasse, a cui bisogna porre fine, senza bluff e false promesse, hanno prodotto anche questo assurdo risultato: le famiglie non spendono più e preferiscono lasciare i soldi in banca, magari per far fronte a nuove stangate fiscali o imprevedibili onde lunghe della recessione. È un effetto perverso del rigore: anche se i soldi ci sono non circolano, i consumi ristagnano e la ripresa fatica a crescere a doppia cifra», dichiara il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

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