Mercoledì, 14 Aprile 2021
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L'INTERVISTA

Oscar Farinetti: «Nel mondo c’è voglia d’Italia ma smettiamola di farci del male»

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Il fondatore di Eataly: «Expo è un’opportunità enorme, dobbiamo raddoppiare le esportazioni dei nostri prodotti»
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Oscar Farinetti, patron di Eataly

Venerdì Matteo Renzi nel primo giorno di Expo ha pranzato da Massimo Bottura, lo chef superdecorato di Modena che in questi giorni è uno dei protagonisti dell'esposizione universale dedicata al cibo. Niente Eataly dunque per il presidente del Consiglio, il marchio e la catena di food store di qualità dell'amico Oscar Farinetti presente in grandi forze ad Expo. Lui, Farinetti, non se l'è presa più di tanto. «Ha fatto bene Matteo a pranzare da Bottura. Massimo è bravissimo e poi da me c'era troppa confusione».
Il bilancio del primo giorno di Expo?
«Fantastico. Una marea di gente. Noi siamo partiti bene. Ristoranti strapieni, abbiamo servito 10 mila persone. La macchina organizzativa è complicatissima, ovviamente un po' di code, di disagi. Ma miglioreremo. Non è facile gestire 25 ristoranti».
Difficile non accorgersi di Eataly ad Expo. Occupa un intero padiglione e con una grande offerta. Cosa proponete?
«Eataly è presente con un grande padiglione al centro del Decumano vicino a quello della Cina. Il nostro è dedicato alla biodiversità ed è declinato su 4 livelli: quello dell'agroalimentare curato da noi, quello dei paesaggi curato dall'università di Pollenzo, quello umano curato dalla scuola Holden di Torino e quello della biodiversità artistica con 300 opere esposte provenienti da tutte le regioni e curato da Vittorio Sgarbi».
E non si mangia?
«Assolutamente sì. Per narrare la biodiveristà abbiamo aperto 20 ristoranti, quasi uno per ogni regione e abbiamo invitato le osterie del territorio, i cuochi affinchè preparino i piatti della tradizione. Il modo migliore per interpretare la vera cucina italiana».
La Sicilia?
«È accorpata con la Sardegna. E poi abbiamo dedicato i ristoranti a 4 consorzi, dalla mortadella al prosecco. E poi uno spazio alla pizza, uno alla piadina, uno alla farinata, un Nutellabar e uno all'associazione Italia del Gusto che raggruppa alcune grandi marche nazionali dell'agroalimentare».
Quanta gente ci lavora?
«Per il nostro padiglione sono state assunte oltre 500 persone. Trecento dai vari territori italiani e altre duecento circa a Milano e dintorni. D'altra parte per gestire 1.600 coperti che ruoteranno da 5 a 12 volte al giorno ci vuole tanta gente».
Dal cibo alla cronaca. Venerdì il centro di Milano è stato messo a ferro e fuoco dai black bloc. Cosa ne pensa?
«Una roba tremenda. Da un lato decine di migliaia di manifestanti sani che magari erano anche un po' contrari all'Expo. E va bene. Io rispetto le idee di tutti. E poi arrivano questi 300 delinquenti. Hanno rovinato la giornata più ai milanesi che all'Expo. Le forze di polizia si sono comportate benissimo. Alla fine è difficile distinguere questi pazzi e poi si rischia di malmenare quelli che non c'entrano. Meglio mantenere la calma. E non rispondere alle provocazioni».
La nascita di Expo è stata funestata da scandali e arresti. Queste vicende non hanno scalfito la nostra immagine all'estero?
«Non possiamo dimenticare gli arresti. La corruzione è un fatto grave e ora aspettiamo la fine del giudizio. Le persone coinvolte sono state allontanate. Alla guida di Expo ci sono persone per bene. Ma alla fine ci siamo presentati molto bene. E poi, credetemi, Expo è molto bella. Già il solo Padiglione Zero, quello che si trova all'ingresso, creato da Davide Rampello e dedicato al viaggio del cibo e dell'umanità, vale il viaggio».
Expo potrà davvero essere un'opportunità per l'Italia?
«Potrà essere un'opportunità enorme. Badate bene. L'Italia è un piccolissimo Paese, occupa lo 0,20 per cento della superficie mondiale e lo 0,13 per cento della popolazione globale. Malgrado tutto questo siamo il Paese più desiderato al mondo, abbiamo il 70 per cento del patrimonio artistico, primeggiamo nella biodiversità agricola, nella moda e nel design. Ma non riusciamo ancora a scaricare a terra questa enorme potenzialità. Abbiamo meno turisti dei francesi, esportiamo meno dell'Olanda. Abbiamo quindi una strada meravigliosa davanti a noi. Se solo riuscissimo a raddoppiare il numero dei turisti e ad aumentare le esportazioni del nostro cibo, saremmo un Paese con poca disoccupazione».
Dove sbagliamo?
«Se penso al turismo dico subito nella capacità di accoglienza. Prendiamo la Sicilia. Forse l'isola più bella della mondo per bellezza, storia e cultura. Ma Rimini da sola fa più turisti. Forse c'è un problema. Non ci sono strutture, difficoltà con i voli e gli aeroporti, scarsa capacità di proporsi. Bisogna diventare più bravi. Fare meno polemiche e lavorare di più. Il problema siamo noi».
Però è anche vero che non fai il sistema di un Paese solo con turismo e cibo. Serve altro. Giusto?
«L'economia di un Paese si fa con tante voci. Poi ci sono le vocazioni. I tedeschi hanno le auto, gli americani l'intelligenza artificiale e il mondo digitale. Noi abbiamo la vocazione agroalimentare, quella turistica e quella dell'industria di precisione manifatturiera ed artistica. Ogununo deve seguire le proprie vocazioni senza dimenticare il resto».
C'è un limite italiano?
«Non so se è un limite. Certo è che siamo bravi a farci del male. E una cosa degli ultimi 20-30 anni che non comprendo. Abbiamo perso una guerra mondiale ma negli anni '70 eravamo primi nel turismo mondiale. E ora siamo sempre lì a frustarci e fare polemiche. L'Expo può essere un aiuto. Bisogna cercare armonia. Siamo il popolo più corporativo del mondo con i tassisti, i farmacisti, i notai... Abbiamo bisogno del buon esempio. Penso a Nelson Mandela che ha cancellato l'apartheid mettendo come vice alla guida della nazione il suo peggiore avversario».
Renzi è sulla strada giusta?
«Lui sta tirando dritto e cerca di fare le riforme. Le quali sono sempre imperfette. Non esiste quella perfetta. Renzi sa bene che negli ultimi 30 anni i politici hanno perso tempo a parlare solo delle proprie idee. E ora tira dritto. Le riforme devono riuscire a risolvere un problema di base. Per esempio la legge elettorale? Chi vince governa e basta. Poi si discuta del resto. C'è il tema delle preferenze, delle soglie e tanto altro ma questo non impedisca di risolvere i problemi più importanti. Ecco, credo che Renzi sta facendo un discreto lavoro. Fare errori è normale. Vuole diventare un uomo solo al comando? Macchè, sono solo accuse stupide di chi non vuole combinare niente».
Eataly aprirà mai in Sicilia?
«Il progetto non è stato accantonato. Solo che adesso siamo impegnati con varie aperture all'estero. Il 19 maggio apriamo a San Paolo, il 20 agosto a Seul, entro dicembre Monaco di Baviera e Mosca. E a gennaio c'è la seconda apertura a New York, a Ground Zero. Poi nel 2016 sbarcheremo a Londra, Parigi e Madrid. E nel 2018 penseremo al Sud Italia. La Sicilia è nel nostro cuore».

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