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CRISI

Piero Agen: «Tremila aziende chiuse nell’isola, servono scelte coraggiose»

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Il presidente siciliano di Confcommercio: la crisi ha avuto conseguente peggiori su agricoltura, artigianato ed edilizia

 

«Per la prima volta in Sicilia il numero delle aziende attive è inferiore a quello delle imprese che hanno cessato l’attività. Se ne sono perse circa 3.000 in tutta l’Isola, solo 600 a Catania». Il presidente regionale di Confcommercio, Piero Agen, indica il punto peggiore della crisi che ha colpito i tanti settori dell’economia siciliana. «Il calo del Pil in Sicilia continua, mentre nel resto d'Italia si è fermato. E una ripresa non sembra possibile prima del 2016. La disoccupazione è aumentata, ma più che alla riduzione del lavoro credo che assistiamo all'aumento del lavoro nero». Secondo Agen, il settore sul quale bisogna puntare è il turismo, che, dopo aver archiviato il 2013 con un risultato negativo, mostra segnali di ripresa: il numero di presenze nell’Isola è stato pari a 7,6 milioni, in crescita del 3,6% su base annua.

Quanto è stato condizionato dalla crisi il settore del commercio?
«Incide quanto negli altri settori, anzi non siamo neppure i più colpiti. Perché ha avuto conseguenze peggiori sull'agricoltura, sull'artigianato e sull'edilizia. Il commercio viene dopo perché presenta un indice di resistenza più forte. Spesso il commerciante è il proprietario dell'immobile, spesso il commerciante lavora unicamente a livello familiare. Quindi anche se è scomparso l'utile si tende a resistere per rimanere aperti».

Quali sono state le conseguenze della crisi?
«Anzitutto, bisogna distinguere tra aziende nate e morte e aziende attive, perché possono esserci casi, ad esempio, di srl che si costituiscono ma che non cominciano l'attività, per cui si tratta di costituzioni soltanto formali senza che ci sia davvero l'attività. Il dato preoccupante è che per la prima volta in Sicilia il saldo fra le aziende nate, a prescindere se attive o inattive, e quelle cessate è negativo ed è pari circa al -0,5 per cento di calo, cioè si sono perse circa 3 mila aziende. Finora invece il saldo era stato negativo solo nel caso del rapporto fra le aziende effettivamente attive e quelle che hanno cessato l'attività. Il dato è aggiornato al 30 settembre 2014 ed è preoccupante in un anno. Inoltre, il turn-over che negli anni passati era del 3 per cento adesso supera il 7 per cento. Le aziende nascono e muoiono con eccessiva facilità. In Sicilia abbiamo un'economia che si sta lentamente spegnendo e perché il sistema riparta occorre avere una progettualità, una visione di sviluppo e poi fare delle scelte».

Avete ideato una strategia di rilancio?
«Noi siamo convinti che la Sicilia abbia una risorsa fondamentale che è il turismo, che è una carta vincente, ma la prima cosa da fare è distinguere i ruoli, perché provocatoriamente a ogni riunione continuo a ripetere l’opportunità di abolire gli assessorati al Turismo nei comuni, dal momento che l'assessore locale è convinto di dovere sviluppare il numero dei turisti, ma non è ruolo suo. Lui deve rendere la città o il paese vivibile, appetibile, pulito. Deve renderlo ottimale per il turista che qualcun altro deve richiamare, perché non si può andare a vendere su mercati internazionali, ad esempio, la dea di Morgantina».

E allora cosa bisogna fare?
«La vendita del prodotto turistico deve avvenire a livello nazionale con un grosso organismo centrale e poi con dei sottoprodotti regionali. Bastano slogan semplici ripetuti in territori diversi in base alla loro specificità, come avviene in Spagna. Poi, bisogna ripensare il sistema dei trasporti, le opere pubbliche a questi collegati, e un piano di sicurezza e di investimenti. Attualmente credo anche che una seria politica di promozione aerea possa agevolare l’Isola. Inoltre, se riusciamo a sfruttare l’Expo, possiamo portare un milione di persone in più in Sicilia per tre giorni. Basterebbe ideare un sistema di agevolazioni e investire in sconti in biglietteria aerea, perché parte dei 20 milioni di turisti che andranno a visitare l’Expo decidano di passare del tempo in Sicilia. Mi sembra un obiettivo possibile».

Avete avviato un'interlocuzione col governo regionale?
«Il governo regionale è assente. Noi siamo riusciti a parlare con l'assessore alle Attività produttive col quale stiamo facendo una legge sul commercio che ritengo dignitosa, ma non è con lei che dobbiamo parlare per il progetto di sviluppo della Sicilia. Lì ci vuole una scelta di fondo. Se si prediligono i Pip, i forestali e la conservazione di tutto ciò che di sbagliato c'è in Sicilia non si va da nessuna parte. Con l'assessore Vancheri abbiamo collaborato per il rinnovamento della legislazione sul commercio e l'artigianato. È un’opera importante, un lavoro positivo e concertato, parola che non piace più a nessuno ma che conserva il suo significato. È un aggiornamento della legge esistente con tanti chiarimenti delle regole, ad esempio, sui centri commerciali che devono essere realizzati in base all'impatto che hanno sul territorio. Non si può pensare che questi vengano realizzati come speculazione edilizia, non tenendo conto degli sfaceli che in alcuni casi si creano sul territorio».

Avevate avanzato anche alcune proposte per quanto riguarda l'accesso al credito. Che cosa succede?
«Anche qui una grande lamentela con la Regione. Noi avevamo chiesto forti interventi di appoggio al sistema dei consorzi fidi, che è quello che ha permesso a tanta povera gente di accedere al credito, e quest'aiuto è in ritardo di sei anni circa. Aspettiamo ancora i contributi del 2008. Poi avevamo chiesto di creare un fondo di Controgaranzia che permettesse di intervenire nelle situazioni più pesanti, più drammatiche. Dobbiamo dire che i continui cambi degli assessori rendono difficile lo stesso confronto».

Confcommercio sostiene l'opportunità del commissariamento della Regione. Perché?
«Purtroppo la Sicilia ha bisogno di scelte coraggiose e dolorose e un politico che deve tenere conto del consenso elettorale difficilmente potrà fare le scelte giuste. Piuttosto, quelle che adotta vengono condizionate anche dall'esigenza di mantenere un consenso per vincere le successive elezioni. Serve invece un commissario che abbia il coraggio di tagliare dove c'è da tagliare, anche perché il taglio nel breve periodo porta dei drammi, nel medio periodo porta alla ripresa, nel lungo periodo porta alla ricchezza. Investendo, ad esempio, nel turismo creeremo con pochi soldi centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se gli stessi soldi li continuiamo a spendere in formatori che servono solo a se stessi non ha senso».

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