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L'AUTOBIOGRAFIA

Boccassini, l'ultima volta con Falcone e quel presagio di morte

Ilda "la Rossa" è stata una dei più conosciuti magistrati italiani, titolare di inchieste discusse. Nel suo libro "La stanza numero 30" racconta di una trasferta a Linate col collega poi assassinato nella strage di Capaci

Il 13 maggio del 1992 Ilda Boccassini era in auto con Giovanni Falcone. «Avevo scorto tra i capelli di Giovanni una specie di minuscolo verme bianco. Avrei voluto toglierlo, ma la mano si era bloccata: percepivo una strana sensazione di morte che mi turbava profondamente», scrive l’ex procuratore aggiunto di Milano nel suo libro La stanza numero 30 (Feltrinelli editore).
«Non avevo detto nulla - racconta la magistrata antimafia - ma avevo continuato a fissargli i capelli, tanto che Giovanni mi aveva chiesto cosa avessi. "Nulla" avevo risposto, stringendogli più forte la mano. Questione di attimi, ma ho vissuto quella suggestione come un inequivoco presagio di morte». Solo molti mesi dopo, prosegue, « sarei venuta a sapere dai verbali del mafioso Gioacchino La Barbera - uno degli esecutori della strage - che proprio quel 13 maggio erano terminate le operazioni per imbottire di tritolo il condotto sotto l’autostrada all’altezza di Capaci. Quel giorno, quindi, stringevo angosciata la mano di un uomo già condannato a morte».

Il viaggio in auto

Il viaggio dei due in auto proseguì fino all’aeroporto di Linate. «Nel salutarlo - si legge nel libro - una volta scesi dall’auto, lo avevo stretto nuovamente a me, pregandolo di non mollare, di continuare a combattere come aveva sempre fatto. Lui non aveva risposto nulla, si era limitato a ricambiare l’abbraccio per poi avviarsi alla scaletta. Saliti pochi gradini, si era girato per salutarmi con lo sguardo triste ed era scomparso dentro il piccolo aereo. Non avrei voluto e non so perché lo feci, ma in quel momento piansi. In tutti questi anni non ho mai dimenticato quella giornata, quel tragitto in auto, quel suo ultimo sguardo. Se non ci fossimo visti quel giorno, forse non avrei ribaltato la mia vita, com’è invece accaduto. Ma quegli occhi pieni di tristezza posati su di me non mi hanno lasciato alternative. Ed è così che sono arrivata a decidere di indagare sulla sua morte, a inseguire per mesi i suoi carnefici».
Il 23 maggio Boccassini rivide Falcone cadavere, in obitorio dopo l’attentato di Capaci. «Il suo corpo - scrive - era stato coperto con un lenzuolo. Mi avvicinai. Purtroppo in quel momento c’erano anche tre colleghi palermitani. Uno di loro venne verso di me, ma lo respinsi con un gesto rabbioso: sapevo che tutti e tre quei colleghi avevano ostacolato Giovanni, vivevo la loro presenza in quella stanza come un insulto alla sua memoria. Non li salutai né loro salutarono me. Del resto, tutto il mio essere sprigionava disprezzo nei loro confronti».

"La mafia prospera per colpa di toghe pavide"

E l’opinione di Boccassini sulla magistratura siciliana è tranchant. «Se Cosa nostra in Sicilia ha potuto vivere e prosperare per decenni - scrive - lo si deve anche - non solo, ovviamente, ma anche - all’inerzia di una magistratura pigra, pavida, in alcuni casi collusa». Non spende parole buone neanche per l’ex pm Antonino Di Matteo, che mette nel filone dei “paladini dell’Antimafia», «piccoli miti fugaci, che si sono dissolti come neve al sole». L’ex magistrato ne ha anche per il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, che «creava tensione con il suo continuo vantarsi di una conoscenza del fenomeno ndrangheta talmente approfondita e a suo dire unica da ricavarne bizzarramente (poiché era il solo a esserne convinto) un senso di superiorità nei nostri confronti». E il Csm? Un organismo assediato dalla «ricerca spasmodica di fette di potere da parte di troppi magistrati, la svendita della propria funzione per pochi spiccioli, un regalo, un favore, una poltrona per sé, una spintarella per un parente». Un «mercimonio» dal quale «non sono esenti le donne».

Il rapporto altalenante con De Gennaro

C’è spazio poi per l’altalenante rapporto con Gianni De Gennaro, incrociato più volte da direttore della Dia e capo della Polizia. In un passaggio racconta di essere stata convocata a Roma e rimbottata aspramente nel corso del processo toghe sporche-Sme che aveva tra gli accusati Silvio Berlusconi. «Senza preamboli e con il suo tono ruvido, il capo della polizia mi chiese cosa stessi ’combinando a Milanò, aggiungendo che in tutti quei mesi aveva faticato a tenere a bada Berlusconi e i suoi, che si era speso per ‘evitarmi il peggio».

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