Sabato, 31 Ottobre 2020
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NEL MESSINESE

Fra archeologia e nuove tecnologie, «caccia» al vino che ha tremila anni

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GIARDINI NAXOS. Ricostruire la storia dell’agricoltura di una parte della Sicilia in un calice di vino. Trovare in colture miracolosamente scampate al consumo del tempo, considerate tra le migliori dell’antichità e già esportate in tutto il mondo conosciuto, il sapore di ciò che bevevano i nostri avi e, con intuizioni di più ampio respiro, dare un valore aggiunto a tutto il territorio. Perché è vero che ancora si lavora per ipotesi, ma una cosa è chiara: nella zona di Naxos si produceva un buon vino già nell’epoca greco-romana, così buono da incontrare il favore di Plinio che si è preso la briga di citarne le straordinarie qualità e il gusto.

Così buono da venire utilizzato, secondo alcune testimonianze storiche, anche nelle cerimonie in onore di Apollo. Questo vino era il Tauromenitanum e oggi il Vivaio Federico Paulsen che fa capo alla Regione siciliana (e si occupa, tra l’altro, di vivaismo viticolo, analisi di biologia molecolare e sperimentazione), insieme con l’Irvo, l’Istituto regionale Vini e Oli di Sicilia, l’Ente di sviluppo agricolo, il Dipartimento Agricoltura e i comuni dell’area interessata, sta cercando di riportarlo in vita.

La sperimentazione ha preso il via un paio di anni fa e con l’ultima vendemmia sono iniziati gli esperimenti di vinificazione. Il progetto di ridare vita all’antico nettare è ancora in fase iniziale ma sono stati individuati tre vitigni - Ieppola, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio - su cui si stanno facendo indagini storiche e tecniche.

«Il nostro Vivaio si sta occupando di effettuare micro vinificazioni di queste uve procurate da piccoli produttori della zona e tramandate da generazioni in un’area ricca di fazzoletti di terra coltivati a vite - spiega il tecnico Giacomo Ansaldi - e parallelamente cerchiamo delle tracce di questo vino storico per trovare corrispondenze col passato».

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