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Nanni Moretti: i film italiani? Vittime dei pregiudizi

CASACALENDA. «Alle volte il pubblico sa che escono certi film e decide di non andare a vederli. Non sempre il pubblico è innocente. Io vedo che c'è sempre una scusa per non andare a vedere un film italiano: quell'attrice mi è antipatica, quello quanto è nevrotico, non voglio soffrire al cinema, quel film è triste, il manifesto non mi piace». Nanni Moretti parla così della situazione del cinema italiano ospite al festival Molise Cinema.

L'attore e regista, a Casacalenda (Campobasso), dove è stato proiettato il suo ultimo film 'Mia madre', si è raccontato a lungo davanti al pubblico, parlando della sua carriera, dei suoi film e di molto altro.

«Devo dire - ha proseguito - che, alle volte, il pubblico è un po' pigro. E poi c'è il problema enorme del ricambio generazionale. Non c'è nel pubblico un ricambio: i ragazzi vanno a vedere un altro tipo di film, in un altro tipo di sala cinematografica».

Non sono mancati riferimenti al suo legame con Roma: «È il mio luogo di ispirazione principale e naturale. Ci sono state un paio di eccezioni - ha ricordato -, in 'Palombella rossa', tutto ambientato in una piscina, e 'La stanza del figlio'. In quest'ultimo caso non volevo ambientare il film in una grande metropoli dove nessuno conosce nessuno, volevo ambientarlo in una piccola città dove intorno ai protagonisti, due genitori costretti a provare un dolore innaturale come la perdita di un figlio, c'è una comunità, forse mi illudo, solidale».

Infine Moretti ha parlato delle sue attività parallele a quelle di attore e regista: «Quando faccio altri lavori all'interno del cinema - ha spiegato -, altri lavori oltre a quello di regista, non lo faccio per dovere, ma per piacere. Nel mio cinema programmo quei film che mi piacerebbe vedere come spettatore e, che, alle volte, hanno bisogno di una mano».

«Con un pezzo di pubblico - ha proseguito - c'è un rapporto di reciproca fiducia. Io so che posso contare su un po' di pubblico che si fida delle mie scelte e viceversa. Quel pezzo di pubblico, appunto, può contare su di me e viene, non dico a scatola chiusa, ma viene fidandosi nel mio cinema, a vedere quello che io programmo di volta in volta. È un completamento del mio lavoro di regista, non è una missione. Non mi sento un missionario in favore del cinema di qualità».

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