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“Every thing will be fine”, viaggio nella psiche umana

ROMA. Una tragedia accidentale, il dolore e il senso di colpa che ne seguono, una crisi esistenziale che sbatte in faccia le vere domande e costringe alle proprie responsabilità: l’ultimo film di Wim Wenders, “Every thing will be fine” e’ uno scavo profondo nella psicologia umana, girato in tecnica 3D, con personaggi prigionieri del proprio ego ma costretti dalla circostanze a uscirne per riuscire a comunicare e guarire. James Franco, il protagonista di questo dramma psicologico con venatura thriller sottolineata anche dalla bella colonna sonora un po’ ‘psychic’ di Alexandre Desplat. Accanto, Charlotte Gainsbourg, Rachel McAdams e Maria-Josè Croze in ruoli di donne anche loro alle prese con i propri bisogni, desideri e le proprie ferite.

Paesaggio spoglio, bianco, una stradina sepolta dalla neve, un cellulare squilla e una brusca frenata d’auto per rispondere: un tragico incidente e un bambino muore. Tomas (Franco), al volante, non ha colpa ma la sciagura pesa e lo precipita in una grave crisi, esistenziale e di scrittore. Si lascia con la ragazza, che vuole dei figli e lui non può averne e gli interessa solo scrivere. Sensi di colpa anche nel bambino sopravvissuto all’incidente, che avrebbe dovuto stare piu’ attento al fratellino, e anche nella madre (Gainsbourg) che avrebbe dovuto farli rientrare prima a casa e non l’ha fatto perche’ presa da un libro. Passa il tempo, 17 anni, e l’episodio resta come un macigno. I destini tragicamente uniti dei personaggi fatalmente tornano a incrociarsi. Il bambino e’ un ragazzo che segue come uno stalker Tomas, diventato uno scrittore famoso, per confrontarlo con quel giorno tragico che ha cambiato la vita di tutti loro. La fuga non e’ un rimedio: Tomas lentamente lo capisce, l’assunzione delle responsabilita’ guarisce e mette a posto tutto proprio come il titolo del film.

Spettacolari le riprese in 3D con dei primi piani al microscopio che rafforzano l’indagine introspettiva sui personaggi. Superba la performance di Franco in un personaggio fragile tutt’altro che muscolare. Gettonatissima peraltro la sua presenza quest'anno al Festival con ben tre film. Il titolo già ci parla di una favola, spiega Wenders a una conferenza stampa: “ci mostra come guarire da una tragedia e dalla ferite”. Davanti al “ragazzino traumatizzato, lui (Franco) deve assumersi le responsabilita’: guarire e’ una parte importante della nostra vita e questa e’ la strada da seguire”.

Per Wenders, che da 40 anni viene ogni anno alla Berlinale, e’ questo il terzo film che ci porta. I lavori preparatori hanno preso anni: “Ho finito il film tre giorni prima di portarlo a Berlino”.

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