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IL REPORT

Beni confiscati alla mafia, in Sicilia la metà resta inutilizzata

beni confiscati, Sicilia, Cronaca

In Sicilia ammonta a 5644 il totale complessivo degli immobili in gestione all’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati. Di questi 3871 risultano già confiscati in via definitiva: il maggior numero è concentrato a Palermo (1978), seguito da Trapani (1370), Messina (699), Caltanissetta (668), Agrigento (441), Catania (275), Enna (114), Siracusa (91) e Ragusa. I dati, aggiornati al 20 gennaio 2020, sono contenuti nella relazione sui Beni sequestrati e confiscati alla criminalità mafiosa in Sicilia illustrata, nel corso di una videoconferenza, dalla Commissione antimafia della Assemblea Regionale Siciliana, presieduta da Claudio Fava.

Sono 2692, invece, gli immobili destinati negli ultimi 5 anni: 2473 trasferiti al patrimonio degli enti locali e 219 a quello dello Stato. Ma è proprio tra la destinazione e l’effettiva utilizzazione del bene che «si determina spesso un gap preoccupante» si sottolinea nel documento. L’attività di monitoraggio effettuata dall’Agenzia (al 31 dicembre 2019) su 2.637 unità in Italia mostra che per il 46,76% dei beni assegnati non è ancora stata avviata la necessaria opera di rifunzionalizzazione.

«Un dato che in Sicilia è ancora più preoccupante, riguardando il 50,59% dei beni destinati - si legge ancora nella relazione -. La stessa preoccupante immagine viene confermata dalle informazioni trasmesse dall’Agenzia a questa Commissione sullo stato della gestione dei beni immobili sottoposti a misura ablatoria in Sicilia. Sebbene si assista ad un lieve calo dei cespiti attualmente gestiti dall’Agenzia, si conferma l’alto numero di quelli potenzialmente destinabili in quanto soggetti a confisca definitiva, che continua ad aggirarsi intorno al 68%».

Anche i dati specificamente riferiti ai provvedimenti di destinazione adottati negli ultimi cinque anni ribadiscono quanto già osservato: «Nell’Isola oltre il 91% degli immobili confiscati è stato trasferito al patrimonio degli enti locali, mentre la parte rimanente è mantenuta al patrimonio dello Stato».

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