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L'INCHIESTA

"Falsi collaboratori per truffare l'Ue", nuove accuse per Lara Comi

lara comi, Sicilia, Cronaca
Lara Comi

Nuove accuse di truffa all'ex europarlamentare di Forza Italia, Lara Comi. L'ipotesi è di aver messo sotto contratto falsi assistenti che in realtà non facevano nulla ma venivano regolarmente pagati dal Parlamento Europeo. I soldi, poi, sarebbero finiti in contanti nelle mani della stessa Comi, del padre o "dell'associazione Europe4you" a lei "riconducibile".

È il quadro delle nuove accuse contestate alla 37enne azzurra, da sempre sostenuta da Silvio Berlusconi e che nel novembre 2019 era finita ai domiciliari (tornata libera meno di un mese dopo): "truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche a danno del Bilancio dell'Unione Europea" .

Per lei è già stato chiesto il processo per corruzione, false fatture e per un'altra presunta truffa nei confronti dell'Ue con schema simile. Le nuove imputazioni, formulate dai pm di Milano Bonardi, Furno e Scudieri, hanno portato il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf ad eseguire un sequestro preventivo finalizzato alla confisca da circa 526mila euro "in solido" a carico dell'ex eurodeputata, non rieletta nel 2019, e altri cinque indagati.

Un provvedimento emesso dal gip Raffaella Mascarino nell'ultimo filone della maxi inchiesta 'mensa dei poveri' con al centro la figura del "burattinaio" Nino Caianiello, ex responsabile di FI a Varese. "Già da una prima lettura dei nuovi capi d'imputazione mossi a Lara Comi - ha spiegato il legale Gian Piero Biancolella - emerge l'infondatezza dell'assunto accusatorio, che contesteremo con fermezza nelle opportune sedi, confidando che, come già accaduto per altre imputazioni mosse, verranno ritenuti privi di fondamento".

Come si legge nel decreto, i contratti di Enrico Giovanni Saia (indagato) "prevedevano l'assistenza nella gestione degli uffici, nel sostegno relativo alle attività ed al lavoro" di Comi. Saia sarebbe stato indotto a sottoscriverli da altri due indagati, Giannipio Gravina e Alessia Monica. Tuttavia, sin "dalla sottoscrizione del primo contratto" Saia, scrive il gip, "veniva informato che avrebbe percepito solo una minima parte del compenso fissato".

Il denaro pagato dall'Ue confluiva "sui conti del 'terzo erogatore'" Gianfranco Bernieri (indagato) "incaricato di gestire i rapporti contrattuali con gli assistenti". E i soldi venivano, poi, 'drenati' "dagli indagati o mediante l'appropriazione del contante" o tramite "bonifici dal conto di Bernieri al conto di Comi" o "dell'associazione 'Europe4you'". Oppure con "bonifici privi di effettiva causale dal conto di Saia" a quello di Gravina" o ancora mettendo a "disposizione" di Gravina e Monica "una carta di credito".

"Era la mia prima attività lavorativa, ero già molto contento di ricevere uno stipendio", ha messo a verbale Saia. Stesso meccanismo per i contratti di Maria Carla Ponzini, anche lei indagata, coi soldi che sarebbero andati a Comi e alla sua "famiglia" per un totale di circa 303mila euro di "retrocessioni".

Ponzini, si legge, non veniva "mai incaricata di svolgere alcuna attività, se non minimali, assolutamente sporadiche e non documentate prestazioni" come "prenotazione di biglietti di taxi, di alloggio e di aerei". Nel frattempo in un chat nel 2015 Monica scriveva a Gravina: "È arrivata Lara (...) lei è andata da Bernieri e non vuol girare con la busta". Busta, per il gip, "piena di banconote".

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