Lunedì, 22 Aprile 2019
LA RELAZIONE

Mafia, Dia: "Cosa nostra in crisi, alcuni mandamenti contrari alla cupola"

La cupola di Cosa Nostra in crisi, con alcuni mandamenti contrari alla ricostituzione di un vertice centrale dell’organizzazione, in particolare sulla cosiddetta 'Commissione provinciale' a Palermo, che ha sempre rappresentato un punto di riferimento per le decisioni strategiche della mafia attinenti tutta la Sicilia. E’ quanto emerge nel rapporto dell’ultima Relazione Semestrale della Dia.

Secondo il rapporto, «la ricostituzione di questa struttura, dopo molti anni di inattività, non sembrerebbe auspicata da tutte le rappresentanze dei mandamenti, specie di quelli più attivi nella gestione delle attività economiche anche fuori dal territorio di competenza che, abituati ad agire quasi in autonomia, potrebbero soffrire la restrizione delle regole imposte dalla Commissione».

I risultati delle indagini investigative evidenziano uno «scenario ancora in evoluzione, proprio in relazione alla ricostituzione della 'Commissione provinciale'». L’operatività di Cosa Nostra nella Capitale si fonda «su un’azione tesa all’infiltrazione dell’economia e della finanza e al condizionamento della pubblica amministrazione (funzionale soprattutto al controllo dei pubblici appalti), grazie ad una forte capacità relazionale». E’ quanto si legge nel rapporto dell’ultima Relazione Semestrale della Dia, in particolare in un focus dettagliato sulla «Criminalità Organizzata romana».

Secondo il rapporto, «la mafia siciliana mira ad occupare i mercati legali attraverso logiche manageriali volte a massimizzare i profitti e a ridurre al minimo i rischi, 'intossicandi' i circuiti legali con immissioni di 'denaro sporcò e alla ricerca di «collaborazioni esterne per instaurare rapporti di scambio con ambienti politico-istituzionali».

La Dia cita «l'esistenza di una struttura di natura reticolare che tende ad infiltrare i luoghi del potere decisionale ed economico, e nel cui ambito i singoli sodalizi ora stringono alleanze funzionali all’ottenimento di obiettivi puntuali, ora possono, ma più di rado, entrare in conflitto. L’atteggiamento violento, infatti, permane come una forma di «capitale quiescente», pronto all’occorrenza ad esplodere se vengono minacciati gli interessi delle consorterie». Le mafie traggono la «linfa vitale" necessaria a rigenerarsi «in soggetti sempre più giovani, impiegati in professioni poco qualificate o senza occupazione», scrive ancora la Direzione investigativa antimafia nella Relazione sull'attività del primo semestre 2018 consegnata al Parlamento sottolineando che, se da un lato le organizzazioni investono sempre di più su «imprenditori e liberi professionisti», dall’altro puntano ad arruolare «operai comuni» e soggetti «in attesa di occupazione» nella fascia più giovane, quella tra i 18 e i 40 anni.

Nell’analizzare il fenomeno la Dia sottolinea come le mafie, nonostante «la forte azione repressiva dello Stato», continuino ad avere una «capacità attrattiva» sulle giovani generazioni, non solo nel caso di figli di boss o di ragazzi provenienti da famiglie mafiose ma anche e soprattutto quando queste fanno parte di un bacino molto più grande di «reclutamento generale» dal quale «attingere manovalanza criminale». Un bacino che continua ad essere alimentato dalle difficili condizioni sociali del sud: il reclutamento, dice infatti la Dia, «non appare certamente disgiunto da una crisi sociale diffusa che non sembra offrire ai giovani valide alternative per una emancipazione dalla cultura mafiosa».

In sostanza, le mafie riducono «sensibilmente l'iniziativa imprenditoriale lecita, approfittano dello stato di bisogno di molti giovani e speculano sulla manodopera locale, dando l’effimera sensazione di distribuire un salario (sempre minimo per generare dipendenza e senza garantire i contributi previdenziali e quindi un futuro) ai giovani impiegati al suo servizio perché privi di alternative». Concetti che i numeri esplicitano in maniera ancora più chiara: negli ultimi cinque anni non solo si sono registrati casi di 'mafiosi' con un’età tra i 14 e i 18 anni, ma gli appartenenti alle cosche tra i 18 e i 40 anni hanno raggiunto numeri quasi uguali a quelli della fascia tra i 40 e i 65 anni e, in un caso, lo hanno anche superato (nel 2015 i denunciati e gli arrestati per 416 bis sono stati 5.437 di cui 2.792 tra i 18 e i 40 anni e 2.654 tra i 45 e i 60). Tutte le indagini degli ultimi anni, spiegano gli investigatori, accanto ad una «modernizzazione» delle strategie criminali delle cosche, evidenziano non a caso «anche un sensibile abbassamento dell’età di iniziazione mafiosa». E portano alla luce anche un’altra serie di elementi su cui è necessario riflettere: la volontà delle nuove generazioni di affrancarsi dai vecchi boss, l’uso indiscriminato della violenza, l’ambizione di avere il giusto riconoscimento e di fare 'carrierà all’interno delle organizzazioni. «Una trasformazione della cultura mafiosa - dice la Dia - che investe anche il linguaggio, al passo con i tempi. Non tanto rispetto ai contenuti delle comunicazioni, sempre criptiche, imperative e cariche di violenza, quanto piuttosto per gli strumenti social utilizzati, che consentono di aggregare velocemente gli affiliati al sodalizio e, allo stesso tempo, di rendere più difficoltosa l’intercettazione dei messaggi».

Il superlatitante Matteo Messina Denaro continuerebbe a «ricoprire, sebbene con progressiva difficoltà, il duplice ruolo di capo del mandamento di Castelvetrano e di rappresentante provinciale di Cosa nostra». E' quanto si legge nel rapporto dell’ultima Relazione Semestrale della Dia. Nel rapporto viene ricordato che «l'organizzazione mafiosa trapanese sta subendo un’incessante e sempre più pressante attività di contrasto, prioritariamente finalizzata alla cattura del noto latitante Matteo Messina Denaro. Un’azione che passa innanzitutto per la disarticolazione del reticolo di protezione di cui lo stesso gode da decenni e che viene sviluppata sia sotto il profilo delle indagini giudiziarie, con i conseguenti numerosi provvedimenti restrittivi, sia sotto quello delle investigazioni preventive, realizzate con numerosi e consistenti provvedimenti di sequestro e confisca». Nonostante tutto, «pur attraversando momenti di criticità, l'organizzazione criminale non presenta segnali di cambiamento organizzativi, strutturali o di leadership».

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