Giovedì, 23 Gennaio 2020
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L'EX PARLAMENTARE

Dell'Utri resta in carcere, i giudici: "Malattia non in stato avanzato e potrebbe fuggire"

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Marcello Delll'Utri

ROMA. Pericolo di fuga e un quadro clinico con patologie che non appaiono in stato avanzato. Queste le motivazioni con cui i giudici del tribunale di Sorveglianza di Roma hanno ribadito il loro «no» alla richiesta di scarcerazione avanzata dai difensori dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, attualmente detenuto nel centro clinico di Rebibbia dove sta scontando una pena a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel provvedimento di sette pagine il collegio dei giudici della Sorveglianza, presieduto da Luisa Martoni, scrivono che l'ex esponente di Forza Italia è in grado di deambulare e potrebbe quindi fuggire anche perché non può essere sottoposto alle terapie necessarie con l’utilizzo del braccialetto elettronico. Dell’Utri è affetto da cardiopatia e diabete e nel luglio scorso gli è stato diagnosticato un carcinoma alla prostata. I suoi difensori, gli avvocati Alessandro De Federicis e Simona Filippi, avevano chiesto gli arresti ospedalieri presso la struttura Humanitas di Milano. Per i giudici, però, l’ex parlamentare può essere curato presso i reparti di Servizi assistenza intensificata (Sai) che sono previsti nelle strutture carcerarie. Per i giudici «non appare adeguato il regime domiciliare presso l’ospedale milanese o l’abitazione personale, da cui può facilmente allontanarsi, rilevando che le terapie previste non consentono nemmeno l’applicazione di strumento elettronico di controllo».

Nelle motivazioni viene citata anche la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione avanzata dalla Procura di Palermo nel processo sulla cosiddetta trattativa «Stato-Mafia» in cui Dell’Utri è imputato per minaccia e violenza a corpo politico dello Stato. Inoltre il tribunale di Sorveglianza afferma che "la posizione giuridica di Dell’Utri non è in alcun modo rassicurante: la sentenza in esecuzione ha accertato i suoi rapporti con gli organi di vertice di Cosa Nostra dai primi annì70 al 1992». E ancora: «allarmante appare la pregressa latitanza in Libano, avvenuta nel 2014, vale a dire poco meno di quattro anni fa, nonostante l’età, la patologia cardiaca e le altre affezioni già all’epoca presenti. Considerate le pendenze per reati molto gravi - è detto nel provvedimento - che potrebbero determinare nuove consistenti pene detentive, e tenuto conto del recente tentativo di sottrarsi all’esecuzione penale, non si ritiene di poter escludere il pericolo di fuga, non trovandosi in condizioni fisiche impeditive della deambulazione e del movimento, e non essendo le malattie in fase avanzata e debilitante».

La decisione dei giudici ha riacceso la polemica politica. Fabrizio Cicchitto, deputato di Civica Popolare, giudica "inaccettabile il deliberato del tribunale» mentre per Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Noi con Italia-Udc, siamo in presenza di un «accanimento carcerario». Anche il Pd fa sentire la sua voce e per bocca della senatrice Monica Cirinnà giudica come una «brutta e triste notizia» quanto disposto dai giudici. E per Pietro Grasso quella di oggi «è una decisione della magistratura e noi dobbiamo rispettarla».

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