Lunedì, 19 Agosto 2019
IL PAPA IN AFRICA

Delle Foglie: Francesco non teme di sporcarsi le mani e chiede alla Chiesa di fare altrettanto

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ROMA. Un «nuovo stile culturale», «la cura per gli altri e per l' ambiente». Il Papa in Kenya, l' incontro con il clero e il discorso alle Nazioni Unite sulle sfide del Cop 21, ma «soprattutto l' incontro col popolo. Papa Francesco rimane un uomo del popolo. In Kenya ha detto che la povertà può essere volano di tanti mali, ma ha ripreso diversi temi del Laudato sii: la cura di sé e dell' ambiente come antidoto alle miserie e agli interessi distorti, è la summa del suo pensiero». Lo ha detto Domenico Delle Foglie, oggi direttore del Sir, Servizio per l'informazione religiosa, in passato caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno, di Avvenire di cui è stato anche vicedirettore, e successivamente presidente del Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la comunicazione).

Il richiamo alla famiglia quale antidoto al «deserto del materialismo». Una delle maggiori lezioni che giungono dalla visita del Papa in Kenya è ancorata alla tradizione?
«Dopo il Sinodo che si è concluso di recente, bisogna evocare la tradizione in chiave positiva, in un contesto in cui la famiglia sia il cuore pulsante della Chiesa nell' epoca della globalizzazione, con tutto quello che questo significa. Il Papa è "laico" sul tema famiglia, ma dopo il Sinodo è preoccupato di tenere saldo un legame con la famiglia, e intende la Chiesa come una famiglia di famiglie, ossia luogo di relazioni forti, di tessuto e trame all' interno della società, a qualunque latitudine. In Kenya, nel sud del mondo, ha anche parlato della dignità della donna, di famiglia come luogo in cui tutelare la sensibilità delle persone. Come sempre, il Papa, parla al cuore della gente, tocca problemi seri che riguardano tutti, senza urticare la sensibilità di ognuno».

Il Papa in Kenya ha fatto riferimento, tra gli altri argomenti, alla correlazione povertà -terrorismo. La povertà può essere considerata una delle cause «strutturali» del terrorismo?
«È una questione delicatissima. Anche il più bravo dei papi, in tal senso, può essere frainteso. Non ci sono nessi causali ed effetti immediati tra povertà e terrorismo. C' è un humus sociale, la miseria, che è però il terreno di coltura, di una serie di mali: della violenza, della sopraffazione, di chi utilizza pretesti pseudoreligiosi per scatenare odio. La povertà, ha detto il Papa, può essere volano di tanti altri mali. L' altro ieri ha ripreso le tematiche del Laudato sii, in cui parla di povertà, della mancanza di cura di sé e dell' ambiente, di un mondo "povero" che può essere usato da chi ha interessi negativi. Sono parole pesanti, quelle del Papa: a Nairobi, sulle tematiche ambientali, ha chiamato in causa traffici illeciti che crescono nella povertà e che alimentano la povertà, menzionando diamanti, metalli rari, legnami, materiali come l' avorio ricavati dallo sterminio di elefanti. Traffici, a dire di Papa Francesco, che alimentano instabilità politica, criminalità organizzata e terrorismo. Il Papa tiene insieme il cuore dell' uomo, inserito in un contesto sociale, parla al cuore degli uomini perché questi agiscano sul sociale».

Bergoglio, in questo senso, chiama in causa le responsabilità dirette del cosiddetto mondo occidentale?
«Lo fa, ma non mettendosi in coda al terzomondismo. La sua dialettica non è quella tra oppresso e oppressore, lui guarda avanti. La sua è la teologia del popolo, in qualche modo diversa e distante dalla teologia della liberazione. Ha incontrato i movimenti popolari, i leader dell' America Latina, i popoli che fanno più fatica a fare rete tra loro, come quelli dell' Africa, di cui Papa Francesco si è innamorato. Lì ci sono troppi paesi con governi dispoti ci, il Papa ha parlato delle stragi di Al Shabaab. La sua risposta è quella della dimensione popolare, incoraggia i popoli a trovare le loro ragioni, nell' ambito di un processo sociale più che politico. La politica viene vista dal Papa, come luogo finale di un percorso sociale. L' augurio che il Papa ha fatto all' Africa è che questa possa incanalarsi in questo percorso».

Nel riproporre i temi della teologia del popolo, possiamo dire che Bergoglio è rimasto coerente a se stesso e alle sue origini?
«Bergoglio è Bergoglio, un uomo del popolo toccato dalla grazia. Non dimentichiamo un gesto "esplosivo" del suo pontificato. Uscito la prima sera, dopo l' elezione ha chiesto la benedizione del popolo sul vescovo di Roma. E si è chinato al popolo. Non ha paura di utilizzare quella parola - popolo - che a molti sembra desueta. E anche in Africa, illustrando le sfide prossime del Cop 21, ha parlato del pericolo, triste e catastrofico, di una manipolazione degli interessi del popolo per fini distorti e privati. Ha chiamato in causa l' informazione. Il Papa auspica che il Cop 21 sia un' occasione per migliorare la vita sociale dei popoli, sul clima, sulla povertà, sulla dignità umana. Si rivolge ai potenti del mondo, li chiama in causa espressamente, ha citato un passaggio del Vangelo di Luca (12, 48), "a coloro cui è stato dato tanto sarà chiesto molto". Già durante il suo discorso all' Onu aveva in un certo senso accusato i governi di parlare tanto, di produrre documenti, ma senza fare azioni concrete. Il suo è un parlare chiaro, onesto. Ha la capacità di dire cose molto severe, senza ferire le persone. E dunque, sottolinea, che tutti siamo chiamati alla responsabilità verso il popolo e che la "teologia del popolo" ha una sua validità anche in Africa. E offre un' immagine meravigliosa, prefigurando un mondo diverso, quando parla del "pianeta come patria, dell' umanità come popolo". Evoca concetti antichi, ma chiama tutti all' azione. Come lui stesso ha detto rimane un uomo che sta davanti -in mezzo -dietro al gregge. Sente l' odore delle pecore, che può essere anche sgradevole. Ma non ha paura di sporcarsi e chiede alla Chiesa di sporcarsi, come fa un padre se vede il proprio figlio cadere per terra».

Tra i papi, è possibile considerare Papa Francesco quello più votato all'ecumenismo e al dialogo inter -religioso?
«È difficile fare paragoni col passato. Di certo il Papa crede nel dialogo ecumenico e in quello inter -religioso. Del resto, non è un caso se lui per primo, forse anticipando il lavoro a molti degli addetti ai lavori, ha intuito e parlato di terza guerra mondiale "a pezzi". Ovunque lui vada nel mondo vuole incontrare i cristiani e le altre confessioni. Rischia qualche incidente, ma disarma chi fa un uso smodato della religione, restituendo questa alla dimensione della fede, cioè alla sua essenzialità».

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