Venerdì, 30 Ottobre 2020
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NEL TORINESE

Prof derisi sui social: alunni sospesi, protestano i genitori

TORINO. Professori messi alla berlina su WhatsApp e su Instagram.

È accaduto in una scuola media del Torinese, la statale «Mario Costa» di San Francesco al Campo dove sono scattati provvedimenti disciplinari per 22 allievi. Immediata la reazione dei genitori, alcuni dei quali parlano di violazione della privacy. A far scoppiare il caso, che risale a metà ottobre, è stato uno dei docenti che, accortosi di alcuni studenti che lo deridevano, ha sequestrato lo smartphone che avevano tra le mani.

Dal controllo di questo e altri telefonini sono emersi vari filmati e immagini corredate da commenti canzonatori dei ragazzi. Sembra fosse una loro abitudine: con i cellulari filmato gli insegnanti durante le lezioni, poi facevano circolare il video su WhatsApp e, in alcuni casi, condividevano su Instagramm le foto scattate in aula. Si aggiunga che alcune ragazze hanno anche postato una foto scattata all'interno dello spogliatoio, terminata la lezione di educazione fisica.

Dei 22 alunni, per la maggior parte ragazzi, tutti di età compresa tra gli 11 e i 15 anni, 8 sono stati sospesi per un giorno dalla dirigente Adriana Veiluva, gli altri 14 allontanamenti dalla classe nell'imminenza del fatto e poi obbligati a frequentare corsi sui comportamenti corretti da tenere in classe. Nel frattempo sono stati informati i carabinieri, il sindaco del paese e, soprattutto, i genitori. Sono stati questi ultimi a non gradire i provvedimenti. Alcuni contestano l' arbitrarietà di sequestrare telefonini e, ancora di più, visionarne i contenuti, altri si sarebbero lamentati soltanto per non essere stati avvertiti prima della sospensione.

«I fatti contestati agli alunni risalgono a metà ottobre - spiega la dirigente scolastica Adriana Veiluva - Sono stati adottati solo in questi giorni dopo che si è riunito il consiglio di classe e perchè prima abbiamo voluto fare un'assemblea con i genitori. Riconosco - dice - che sia stata una punizione severa, soprattutto per qualcuno di loro, ma volevamo dare un segnale forte per arginare il fenomeno. La scuola è un posto dove si educa. E i ragazzi questo lo devono capire».

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