Domenica, 08 Dicembre 2019
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SENTENZA

"Why not", assolti De Magistris e Genchi

Il fatto non costituisce reato

ROMA. La terza corte di appello di Roma ha assolto il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ed il consulente Gioacchino Genchi dall'accusa di abuso d'ufficio in relazione alla vicenda dell'acquisizione di tabulati telefoni di politici. In primo grado De Magistris e Genchi erano stati condannati ad un anno e 3 mesi per abuso d'ufficio. Le accuse facevano riferimento al 2006, epoca in cui l'attuale sindaco del capoluogo campano era pubblico ministero a Catanzaro, ed in particolare all'acquisizione di tabulati telefonici, senza autorizzazioni delle camere di appartenenza, dei parlamentari Romano Prodi, Francesco Rutelli, Clemente Mastella, Marco Minniti, Antonio Gentile, Sandro Gozi, Giuseppe Pisanu e Giancarlo Pittelli.

A conclusione della requisitoria, il pg Pietro Catalani aveva chiesto alla corte presieduta da Ernesto Mineo, l'assoluzione dei due imputati per gli episodi relativi a Pisanu e Pittelli, e la dichiarazione di prescrizione per gli altri sei. Proprio ieri la Consulta ha respinto un ricorso di De Magistris sulla legge Severino, in particolare sulle norme relative alla sospensione degli amministratori locali condannati, anche in via non definitiva.

«Sono molto contento, finalmente è stata fatta giustizia». Così Luigi De Magistris dopo aver appreso dal suo difensore, Massimo Ciardullo, di essere stato assolto. «Per me - ha dichiarato - finisce un incubo. È stata una vicenda che mi ha procurato molta sofferenza. L'assoluzione è motivo di grande soddisfazione».

«Sono convinto di avere svolto il mio mestiere di magistrato nel pieno rispetto della costituzione e delle legge con l'obiettivo di cercare una verità difficile. Anche per questo la sentenza di condanna di primo grado mi ha procurato grande sofferenza». Ha concluso il sindaco di Napoli.     Dal canto suo il difensore, l'avvocato Massimo Ciardullo, ha espresso «soddisfazione» per la decisione dei giudici aggiungendo che in primo grado era stato «condannato un pm che nell'esercizio della sua funzione aveva cercato di perseguire il primario esercizio della giustizia conducendo una indagine legittima».

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