Lunedì, 30 Novembre 2020
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L'ANALISI

Cadono le barriere, rimane solo la misericordia

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In questo mondo senza misericordia, dove il capitalismo, le mode, la massificazione cancellano il volto delle persone e il mondo islamico reagisce decapitando e distruggendo con spietato fanatismo, la voce di papa Francesco si leva, ancora una volta, per ripetere le parole del Vangelo che annunzia a tutti - uomini, donne, transgender, poveri, ricchi, santi e peccatori - l'amore incondizionato di Dio per ciascuno di loro. È il senso del giubileo indetto dal sommo pontefice a partire dal prossimo 8 dicembre e sulle cui modalità si sofferma la lettera al suo coordinatore organizzativo, monsignor Fisichella.

La nota comune, che sta dietro alle novità contenute nella lettera, è la precisa volontà del Papa di far sì che il messaggio e la forza risanatrice della misericordia arrivino proprio a tutti. Ai carcerati, che potranno avere l'indulgenza connessa al giubileo, senza bisogno di visitare una basilica, recandosi semplicemente nella cappella della loro prigione. Alle donne che hanno abortito, il cui peccato potrà essere assolto, senza dover ricorrere al vescovo, da un semplice sacerdote. Ai membri della Chiesa scismatica fondata da monsignor Lefebvre, le cui confessioni con sacerdoti di questa Chiesa vengono riconosciute fin da ora valide. Cadono le barriere, le condizioni formali, le riserve giuridiche. Resta solo il grande mistero del dialogo di ogni persona con Dio, con il pentimento per il male commesso contro di Lui e contro altri esseri umani e la volontà di avere una vita diversa, di cui non doversi vergognare davanti a stessi. Perché questa è la misericordia. Nella nostra cultura post-cristiana ne abbiamo dimenticato perfino il significato. La scambiamo spesso con la pietà, che è il sentimento di compassione per chi soffre ed è infelice. La misericordia è ben altro. Il suo modello è l'amore di Dio verso l'umanità corrotta ed egoista, per cui Egli ha dato suo Figlio. La misericordia non è verso i giusti, ma verso i peccatori, non verso gli innocenti, ma verso i colpevoli, non verso le vittime, ma verso i dannati della terra, che nessuno può guardare senza odio e senza disprezzo. Nessuno, tranne Dio. Quando tutto è perduto, la sua misericordia non viene meno. È la «Buona notizia» che Cristo è venuto a dare, testimoniando con la vita e la morte la serietà di questo abbraccio senza limiti.

Non mancano, come ormai spesso accade sotto questo pontificato, le proteste dei benpensanti, che accusano il Papa di non prendere sul serio la gravità del peccato. Se fossero vissuti al tempo di Gesù avrebbero detto la stessa cosa. Anzi, l'hanno detta per bocca di tutti coloro che, a quel tempo, si scandalizzarono della predilezione del maestro di Nazareth per i farabutti. Con tanta gente perbene che c'era, lui se ne andava a mangiare a casa dei pubblicani (certe volte, come nel caso di Zaccheo, autoinvitandosi!), si lasciava baciare i piedi dalle prostitute, rifiutava di pronunciare sulle adultere quella giusta condanna che la legge di Mosè prevedeva. Era un ingenuo, come sospetta un fariseo suo commensale davanti a questa familiarità, uno sprovveduto che si lasciava strumentalizzare dai peccatori per delegittimare le regole e ridicolizzare chi le rispettava? Voleva attirarsi simpatie e consenso da parte delle moltitudini? Molti (per lo più buoni cattolici) oggi pensano questo di papa Francesco. Ma lui si comporta solo come Cristo. E che un Papa sia cristiano non dovrebbe sorprendere!

Ma allora, dirà qualcuno, il peccato non esiste più? Liberi tutti di fare quello che la coscienza soggettiva suggerisce? Scalfari l'ha pensato e l'ha pure scritto in un suo editoriale. Si vede che ha poca dimestichezza col Vangelo. Perché la misericordia in realtà è esigente. Più della condanna, più di ogni scomunica. Essa accoglie l'altro senza condizioni preliminari, ma, proprio con ciò, gli fa prendere coscienza della dignità che in lui è diventata invisibile e che egli ha dimenticato, chiedendogli di rialzarsi e di cambiare la sua vita. «Nessuno ti ha condannata?», chiede Gesù alla donna sorpresa in flagrante adulterio. «E neanch'io ti condanno. Va', e non peccare più». L'amore è creativo, fa nascere cose nuove, a differenza della giustizia, che si limita a prendere atto di torti e ragioni e a sancirli.

I riferimenti a categorie come quella dei carcerati potrebbe trarre in inganno. Non si tratta solo di soggetti «a rischio». «A rischio» sono anche i nostri eleganti quartieri residenziali, le nostre vite di bravi cittadini e di onesti professionisti. Di misericordia hanno bisogno anche i giusti. Perché ogni essere umano, come dice la parabola del grano e della zizzania, che crescono insieme inestricabilmente mescolati, ha nel suo cuore e nella sua vita delle zone d'ombra di cui deve chiedere perdono. Puntando sulla misericordia, Francesco si rivolge alle sfere più profonde della nostra umanità, là dove il problema non è più l'appartenenza esteriore alla Chiesa - che tanti hanno abbandonato e guardano con diffidenza -, ma il rapporto che ognuno di noi ha con se stesso e con Dio. Là dove è in gioco non la sua fede, ma la sua umanità.

Oggi siamo talmente abituati alle parole del Vangelo che spesso le ascoltiamo e le ripetiamo senza renderci più conto veramente di cosa vogliano dire. Anche i «buoni cristiani». Può piacere o no, ma ciò che papa Francesco sta cercando di fare, con i suoi discorsi e la sua testimonianza, è di farci ricordare il loro significato. Forse perché sa quanto, anche in questa società tecnologica e consumistica, ne abbiamo bisogno.

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