Lunedì, 28 Settembre 2020
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L'INTERVISTA

Agueci: «Non solo pizzini, i boss usano i pc. A noi servono nuovi strumenti di indagine»

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«Le nuove tecnologie consentono alla mafia di trovare sistemi di comunicazione all’avanguardia. Ecco perché la legge deve adeguarsi per poterla contrastare, ma questo è stato finora un processo più lento». Il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, spiega che i mezzi di comunicazione adottati dalla mafia non sonosolo quelli arcaici, come i «pizzini ». Anzi, adotta spesso grazie a pc, tablet e smartphone, sistemi molto più avanzati. Ma «i tempi della tecnologia sono più rapidi di quelli delle leggi per individuare le comunicazioni tra boss attraverso questi nuovi strumenti. Quindi, intanto si cerca di supplire con le forme di interpretazioni. Ma è evidente che tutta la legislazione sulle comunicazioni telematiche è arrivata lentamente ed è arrivata quando la tecnologia è già andata avanti. Per questo motivo servono nuovi strumenti di contrasto e con tempi più rapidi di quelli impiegati in passato».

Da un lato, la mafia continua ad adottare forme di comunicazione arcaica come i «pizzini», come rivela l’ultima operazione contro gli affiliati del boss Matteo Messina Denaro; dall’altro riesce a spostare flussi di denaro verso l’estero abilmente e usare sistemi informatici all’avanguardia. Come si spiega ciò?

«Il discorso dei «pizzini» è sicuramente un sistema antico, ma nasce dal fatto che il pizzino è intercettabile con maggiore difficoltà rispetto alla normale comunicazione. La mafia sa esattamente come usare il telefono, ma sa anche che è il mezzo più controllabile che esista.Sa anche che esistono le intercettazioni ambientali e telematiche. Si è resa conto però che le comunicazioni arcaiche finiscono per essere le più difficili da intercettare. Ma questo non significa che la mafia sia arcaica. Ciò testimonia invece che la mafia sia duttile, cioè capace di adattarsi alle situazioni».

E come la si può contrastare alla luce di ciò?

«Con lo stesso sistema. Anche noi dobbiamo evolvere l’azione di contrasto.Ma il problema in questo caso sta nella legge che invece è qualcosa di rigido, che si modifica in maniera più lenta.Questo problema la mafia non ce l’ha. La legislazione sia penale che processuale si è adattata ai sistemi di comunicazione diversi, ma lo ha fatto più lentamente rispetto all’evoluzione tecnologica dei sistemidi comunicazione.La normativa inizialmente era legata alle comunicazioni telefoniche e alle prime comunicazioni telematiche, poi è stata adattata anche alle nuove forme di comunicazione che sono sorte recentemente. Adesso ci sono forme di comunicazione più recenti e sofisticate, come quelle perle quali si utilizzano gli smartphone.E a questi dobbiamo guardare per intercettarle».

E quali sistemi di contrasto alla mafia avete adottato per contrastarla attraverso questi nuovi sistemi tecnologici?

«Quando abbiamo intercettato Messicati Vitale che era latitante a Bali, da Palermo attraverso uno spyware, un sorta di virus informatico, siamo riusciti a entrare nel suo computer. Anche i mafiosi usano tablet con tutto quello che consegue. Quindi l’evoluzione dei sistemi di comunicazione comporta l’esigenza di trovare nuovi strumenti per intercettarli. La mafia cerca forme di comunicazione più sommersee più sicure.E anche noi cerchiamo di trovare degli strumenti per individuarli. È una sfida continua che siamo impegnati ad affrontare».

In questi anni l’aggressione ai patrimoni mafiosi sta avendo molto successo come il recupero dei beni confiscati. Quali difficoltà si continuano a incontrare in quest’operazione?

«L’impresa mafiosa non si pone il problema del rispetto delle norme o del pagamento corretto delle tasse. L’amministratore giudiziario invece deve porsi questi problemi e questo comporta una diversa e maggiore entità dei costi. Avviene inoltre che i creditori delle imprese confiscate alla mafia, che sono inerti finché le aziende restano ancora nelle mani della criminalità, si risvegliano quando vengono affidate all’amministratore giudiziario. Anche questo pone particolari difficoltà alla gestione delle imprese mafiose. Inoltre, la mafia stessa ha interesse a boicottare e colpire tutto quello che gli è stato sottratto. Proprio qualche giorno fa una grande azienda è stata devastata da un incendio probabilmente generato da chi se l’è vista sottratta. Il fatto che la mafia reagisca testimonia che sono stati ottenuti risultati importanti con l’azione di contrasto ai patrimoni».

Ma nonostante ciò tanti beni confiscati sono stati reimpiegati in vari modi...

«Perché la sottrazione dei beni confiscati alla mafia si traduca inuneffettivo vantaggio per l’economia siciliana occorre porsi il problema del reinvestimento in modo realmente utile dei patrimoni mafiosi. Altrimenti le imprese sequestrate sono destinate a una vita breve. Quandosi sequestrano imprese che dannolavoro a decine e decine di persone si deve pensare agli investimenti, alla crescita e agli inserimenti a pieno titolo nel mercato. Quindi è una logica diversa. Ecco perché bisogna guardare anche a fare rientrare l’impresa nel mercato ma con garanzie di correttezza. E lo si può fare pensandoanche alla vendita a certe condizioni dei patrimoni sequestrati. È vero che si rischia che gli stessi mafiosi possono cercare di riacquistarli ma si possono adottare strumenti di contrasto a ciò».

Quali differenze si sono consolidate dal periodo stragista del ’92?

«Oggi sappiamo benissimo cos’è la mafia in termini di negatività per l’intera società siciliana. Non è altrettanto facile dire cos’è l’antimafia. Negli anni intensi di contrasto alla mafia, l’antimafia ha avuto una funzione specifica sia nell’azione di contrasto giudiziaria, amministrativa e politica sia nel risveglio delle coscienze dei cittadini. La nascita dalla Dna, delle Dda e della Dia, ad esempio, sono state il frutto preciso di scelte politiche antimafia. Così come lo è stato in altri campi la nascita delle organizzazioni a tutela di chi si oppone al pizzo. Sul piano operativo l’antimafia ha avuto un significato concreto emolto incisivo in quegli anni».

Oggi che cos’è cambiato?

«Oggi il termine antimafia rischia di essere superato, ambiguo e spesso utilizzato in modo strumentale, come dimostrano i comportamenti di personaggi che hanno mostrato questo scudo per interessi propri che con la lotta alla mafia non hanno nulla a che dividere. Credo che sia scontato oggi che qualsiasi scelta o iniziativa pubblica che coinvolga la società siciliana debba essere totalmente contrapposta alla mafia. Non ha molto senso invece valutare l’antimafia in termini di «purezza», perché si finisce per dividersi su un valore che invece ha senso proprio perché dovrebbe servire a unificare quanto più possibile in azioni concrete».

 

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