Martedì, 27 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Gambino: «Alzare i muri non è la soluzione, i mercanti di uomini cambieranno rotte»

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In poche ore, migliaia di migranti soccorsi nel Canale di Sicilia. Sembrano prendere corpo le paure di chi «annunciava» un milione di bambini, donne, uomini nel Nord Africa pronti a partire verso le nostre coste. Claudio Gambino, docente di Geografia Politica all’università Kore di Enna, invita però alla prudenza: «La sola costa libica potrebbe effettivamente ospitare tra 500 mila e un milione di persone, ma mi sembra doveroso porre l'accento sui dati certi relativi al 2015. Secondo il Viminale, 60 mila sono i migranti giunti in Italia e, in totale, 78 mila quelli che ospitiamo sul territorio nazionale. Ciò significa che meno di 80 mila individui hanno esautorato il sistema d’accoglienza dell’ottava potenza mondiale».

Alla crisi umanitaria sempre più Stati europei rispondono alzando barriere. E alcune forze politiche le vorrebbero pure in Italia. Giusto così?

«La crisi è certamente umanitaria, non lo è la risposta. La Storia avrebbe dovuto insegnarci che i muri non risolvono i problemi, ma li esasperano e, invece, oggi, contiamo nel mondo non meno di 45 barriere erette per contrastare i flussi migratori. L’Ungheria sta terminando la costruzione di un muro lungo il confine con la Serbia, mentre in Macedonia si chiudono le frontiere ai profughi siriani provenienti dalla Grecia. Che, a sua volta, sbarra la strada a chi proviene dalla Turchia».

Perché tanti «muri»?

«Pur essendo questi Paesi, così come l’Italia, esclusivamente di transito e non mete finali di chi emigra, l’alibi o il movente è per tutti uguale, ovvero, quello di non poter più sostenere le spese legate all’oneroso sistema di accoglienza. I muri, però, è bene chiarirlo, non possono fermare i flussi migratori. Al massimo, possono deviarli verso confini meno controllati. Né tanto meno possiamo pensare di risolvere la questione attraverso interventi di polizia contro le famiglie che scappano dall’orrore dell’Isis. In tempi di recessione, è risaputo, il rischio xenofobia aumenta esponenzialmente, ma a Salvini & co. ricordiamo che la crisi economica non ha raggiunto l’Europa sui barconi. Se molti cittadini faticano ad arrivare a fine mese, la colpa non è degli immigrati e anche eventuali benefici a loro concessi non tolgono nulla ai nostri diritti».

Di fronte all'emergenza, l'Unione Europea arranca?

«Con le quote, obiettivo della Commissione europea era di redistribuire 40 mila migranti in due anni ma l’accordo raggiunto è stato al ribasso. Solo 32 mila persone, infatti, a partire dal prossimo ottobre, verranno accolte e ricollocate nei diversi Paesi dell’Unione. Il ministro Alfano parla di successo che non ha precedenti, forse sarebbe più opportuno parlare di primo passo verso una politica di coesione che già da tempo l’Europa avrebbe dovuto adottare. Sembra finalmente pensarla così anche Angela Merkel, che pubblicamente ha riconosciuto la necessità di una politica comune europea in materia di asilo».

I «rais dei barconi» macinano affari. Resteranno ancora a lungo indisturbati?

«Nulla di nuovo sotto questo cielo. L'operazione navale Eunavfor Med, costituita e finanziata per contrastare i trafficanti libici, è finora stata impiegata per salvare gli immigrati in mare e sbarcarli in Sicilia. In attesa, dunque, che l’Unione europea l’autorizzi a fare ciò per cui è nata, Eunavfor Med è solo un doppione di quella che fu Mare Nostrum e di ciò che oggi sono sia Triton, sia la missione italiana Mare Sicuro».

Annamaria Cossiga, in un'intervista al Giornale di Sicilia, ha detto che si parla di emergenza solo per coprire la nostra impreparazione ad affrontare il fenomeno migratorio. D'accordo?

«Com’è noto, l’Italia è il Paese delle emergenze. Ma i dati precedentemente citati sono in linea con quelli del 2014, motivo per cui anche l’Unhcr ha chiesto, esplicitamente, di non parlare di emergenza immigrazione nel nostro Paese. I centri che in Italia si occupano di gestire gli immigrati sono differenziati secondo la funzione che devono svolgere, molti tra questi, però, sono gravati, contestualmente, da più compiti, ne consegue una rete di centri per l’immigrazione piena di falle, arginate, per volere del ministero dell’Interno, dalla costituzione delle strutture temporanee. Non siamo, dunque, di fronte a un’emergenza, ma continuiamo ad operare erroneamente secondo logiche emergenziali. Resta, poi, la retorica della paura...».

Cioè?

«Una campagna politico-mediatica racconta di clamorosi, quanto inesistenti, esodi biblici. La verità è, però, tutt’altra perché oltre l’85 per cento dei rifugiati, su scala planetaria, è accolta da Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Il Libano, uno Stato grande quanto l’Abruzzo, ne ospita 1,5 milioni. Pertanto, nessuna invasione straniera minaccia la nostra esistenza. Molto più semplicemente, stiamo inadempiendo a quelli che sono i nostri obblighi umanitari».

Il premier, Matteo Renzi, ha affermato nelle scorse settimane che il 90 per cento di «zattere» dei migranti salpa da porti libici. Trovata una soluzione politica per quel Paese, tragedie in mare e sbarchi subiranno un drastico ridimensionamento?

«È vero, il 90 per cento delle imbarcazioni giunte negli ultimi mesi sulle nostre coste sono salpate dalla Libia. Ciò, però, non equivale a dire che il 90 per cento dei migranti che solcano le acque del Mediterraneo sono libici. Il nucleo dei migranti è variegato, comprende eritrei, somali, siriani, nigeriani, afghani, iracheni ed ogni altro rappresentante di popoli afflitti da guerre e carestie. La Libia costituisce quindi solo la punta dell’iceberg, il rompicapo geostrategico più complesso da risolvere in questo momento, ma in realtà quasi l’intero continente africano e buona parte del Medioriente sono pronti ad esplodere. Forse è già troppo tardi per salvare la Libia ma, anche se questa in un futuro non troppo lontano dovesse stabilizzarsi, i flussi migratori dalla riva sud del Mediterraneo non si arresterebbero. Salperebbero solo da un altro porto».

Quindi?

«Bisogna individuare nuove soluzioni, come quella avanzata dall’Onu, selezionando i richiedenti asilo direttamente alla fonte in quei pochi Paesi del Maghreb e del Mashrek (dalla Siria al Sudan, ndr) ancora in grado, per il momento, di essere nostri partner: Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano».

Bernardino Leon, il negoziatore Onu per la pace in Libia, ci riprova. Giovedì, in Marocco, ripartiranno i negoziati per la formazione di un esecutivo di unità nazionale. È la volta buona?

«La trattativa per dare un governo nazionale alla Libia, certamente, sta per entrare in una fase decisiva. Il mediatore dell’Onu proverà a trovare l’accordo anche con le fazioni di Tripoli e, in tal senso, potrebbe giocare un ruolo rilevante il nostro ministro degli Esteri, Gentiloni, che ha già incontrato ad Algeri il capo del governo filo-islamista libico, il berbero Nuri Abusahmin. Parallelamente al negoziato politico, però, in Europa si continua a programmare un possibile intervento militare. Gran Bretagna e Stati Uniti potrebbero essere affiancate da Italia, Francia, Spagna e Germania. Questa volta, comunque, prima di intraprendere una nuova War on terror si aspetta che la diplomazia favorisca in Libia la nascita di un governo di unità nazionale».

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