Giovedì, 21 Gennaio 2021
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L'INTERVISTA

Morosini: «Pool di giudici specializzati per fermare i boss nelle imprese»

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PALERMO. Clan accerchiati dalla reazione dello Stato, che per contrastarne sempre più efficacemente la pericolosità si doterà e raffinerà la specializzazione professionale - economica, manageriale, informatica, contabile - innanzitutto sulla linea di trincea del proprio apparato inquirente e giudiziario. Lo dice Piergiorgio Morosini, presidente della commissione Riforme del Consiglio superiore della magistratura, a margine del convegno su misure di prevenzione patrimoniale e amministrazione giudiziaria in vista della riforma del Codice antimafia, svoltosi venerdì e ieri a Palermo. Il magistrato annuncia la creazione, formalizzata mercoledì scorso, di un «comitato permanente in seno al Csm con specifiche competenze su reati e organizzazioni mafiose: insieme, un osservatorio e un cantiere di proposte e accorgimenti concreti di organizzazione degli uffici». Perché, spiega il magistrato, l'organizzazione mafiosa è in fase di multiforme evoluzione, «intenta, più che a spargere sangue, a creare e rendersi partecipe di network con parti importanti del tessuto imprenditoriale e istituzionale, ben oltre i tradizionali territori di influenza». Ed è cangiante, nel senso della sempre più ardua riconoscibilità sociale e del «collegamento dei tradizionali reati di mafia ad altre fattispecie criminose, dalla corruzione all'estorsione mascherata, fino alla frode fiscale diretta alla creazione di fondi neri».

Consigliere Morosini, l'imminente riforma del Codice antimafia sulla prevenzione patrimoniale richiede anche cambi di prospettiva dentro la giustizia. Ce li illustra?

«La proposta della commissione nazionale Antimafia sulla costituzione di tribunali distrettuali di prevenzione esclusivamente competenti per sequestri, confische e amministrazione giudiziaria delle imprese in pericolo di condizionamento mafioso, è stata condivisa e infine inglobata nel pacchetto di proposte che il governo pare farà proprie per l'imminente esame della Camera delle novità del Codice antimafia. Significa specializzare i nostri magistrati e non disperderne energie ed esperienze: è evidente a tutti che l'amministrazione della giustizia debba adeguarsi alla nuova sfida di mafie sempre più sofisticate e misure sempre più complesse su piani anche diversi da quello tecnico-giuridico. In ogni caso, il Csm può agire a livello organizzativo, prevedendo sezioni specializzate, ma il livello distrettuale permetterebbe di ottimizzare le risorse umane e finanziarie. Mi spiego meglio: i tribunali di prevenzione agirebbero, salvo probabilmente le uniche eccezioni dell'autonomia di Trapani rispetto al distretto di Palermo - che comprendere anche Agrigento - e di Santa Maria Capua Vetere rispetto a Napoli, oltre i confini delle sedi locali, concentrando le energie e le competenze».

Un impegno che presuppone svolte anche nella formazione. I giudici tornano... a scuola?

«Punto cruciale, la formazione. Ci vogliono magistrati che non sappiano soltanto di diritto, ma pure di economia, dinamiche aziendali, rapporti con i dipendenti. Quando un'azienda è a rischio interdittiva o la riceve, rischiano di pagarne il prezzo anche i lavoratori e i creditori, innanzitutto i fornitori, in buona fede. Nel dosare le misure la legge, e di conseguenza i giudici, presterà attenzione a loro, quando vi siano i presupposti e i margini perché le imprese continuino a vivere e i lavori pubblici eventualmente appaltati non vengano bloccati. Ciò potrà giovare a tutti noi cittadini interessati al mantenimento di un tessuto economico legale e senza inquinamento della libera concorrenza. L'offerta formativa va adeguata, facendo leva sulla Scuola superiore della magistratura, e dunque con una diretta azione di indirizzo da parte del Csm, sia con l'esportazione delle esperienze da parte dei magistrati di prevenzione che si distinguano per risultati e complessità delle misure adottate. Potranno divenire formatori itineranti dei loro colleghi, per creare un know-how collettivo, capace anche di contribuire alla tendenziale omogeneità delle decisioni».

Altro punto caldo dell'imminente riforma, la trasparenza e la rotazione negli incarichi di amministrazione giudiziaria. Sarà permesso cumulare gli incarichi? E come è stato possibile assistere a casi di concentrazione che in molti giudicano eccessiva?

«Bisogna eliminare gli eccessi e lavorare per la trasparenza ma, soprattutto, per l'efficacia delle scelte manageriali. Giocano diversi fattori: l'esperienza, la conoscenza del territorio e del mercato, e, perché no, la bravura dell'amministratore. Quindi stabilire per principio che non si possa avere più di un incarico, potrebbe rivelarsi perdente. Di quelli bravi bisogna potersi avvalere senza rigidità ma senza eccessi. Senza entrare nel merito dei casi particolari, probabilmente i cumuli più notevoli si sono verificati per l'esiguità delle figure professionali adatte. Il problema ce lo lasceremo alle spalle: come dimostra la consegna dei diplomi, venerdì a Palermo, agli amministratori formati dalle Università di Palermo e Cattolica di Milano, avremo presto risorse abbondanti».

Vecchia e nuova fenomenologia mafiosa: qual è il quadro del fenomeno estorsivo, che tanto nuoce all'impresa? Il pizzo è l'anticamera dell'infiltrazione?

«Benché il volto della mafia stia cambiando, con la minore concentrazione di forze sul controllo del territorio a vantaggio dell'infiltrazione economica e istituzionale, ben oltre le aree tradizionali di influenza, i processi a Palermo e in Sicilia dimostrano che il pizzo tradizionale sopravvive, eccome. D'altra parte, e lo dicono le inchieste di Roma, Milano e Bologna, bisogna temere la tendenza a impadronirsi di leve di potere economico creando reti criminali con attori del mondo imprenditoriale e segmenti deviati delle istituzioni. Lì il fenomeno estorsivo e la corruzione possono nascondersi fra le pieghe di bilanci e transazioni».

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