Mercoledì, 17 Agosto 2022
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Portò via i mobili dopo la separazione: sentenza «pilota» condanna la donna

Rigettato il ricorso di una quarantenne già riconosciuta colpevole in appello: dovrà pure risarcire l’ex marito
Sicilia, Archivio

CALTANISSETTA. È colpevole, per cui va condannata, l'ex moglie che porta via i mobili dalla casa coniugale assegnata dal giudice al marito. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che ha fissato la condanna a carico di una quarantenne nissena per appropriazione indebita.
Nel concreto il pronunciamento degli "ermellini" ha reso definitiva la sentenza emessa dalla corte d'Appello nissena. E quel verdetto di secondo grado l'ha riconosciuta colpevole comminandole una condanna a quattro mesi di reclusione oltre al risarcimento dei danni in favore del suo ex marito. La Suprema Corte, tra le pieghe dell'inammissibilità dell'istanza, ha inoltre obbligato la ricorrente al pagamento di duemila euro alla cassa delle ammende.
Sullo sfondo della vicenda v'è un rapporto di coppia finito male. Andato a rotoli con strascichi, poi, di natura giudiziaria. Come spesso accade. Ma il motivo del contendere, in questo caso, è il mobilio. Che lei, dopo la separazione, avrebbe portato via dalla casa coniugale all'insaputa dell'altro. I giudici, dopo la causa di separazione, hanno affidato l'appartamento al coniuge. Questo quanto ha stabilito allora il tribunale. Ma la donna, prima di andar via da quell'appartamento come le era stato dettato tra le righe della sentenza del tribunale, ha portato via alcuni mobili. Più in dettaglio quelli del salone e della camera da letto. Spariti con lei nel momento in cui ha dovuto lasciare, per imposizione dell'autorità giudiziaria, la sua ex casa.
Ma lui, il «depredato», ne ha preso contezza solo dopo. Quando è tornato nell'appartamento una volta che s'è liberato. Soltanto allora s'è reso conto che la sua ex aveva portato via un bel po' di roba. E a quel punto ha presentato una querela nei confronti di lei. Che, sebbene apparentemente tardiva, in realtà poi non lo era. Perché solo in un secondo momento lui ha preso conoscenza della realtà. In particolare, per la Corte «solo al momento d'immissione in possesso dei propri beni, egli ha avuto modo di percepire la definitiva volontà dell'imputata di invertire il possesso dei beni, avendoli rimossi dalla loro originaria collocazione e non consegnandoli all'avente diritto». E questo teorema era già stato fatto proprio, in precedenza, dalla corte d'Appello che ha sancito l'affermazione di responsabilità della donna, risarcimento dei danni compreso, e poi la Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dalla condannata.  

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