Lunedì, 18 Novembre 2019
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L'EDITORIALE

In archivio un anno di tormenti e tormente

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La «nuova» Italia nata il 4 marzo (e, suvvia, lasciamo riposare in pace il grande Lucio); tenuta in piedi da un presidente prima silente e sbertucciato ma ben presto ascoltato e (suo malgrado) osannato; schiaffeggiata dai mercati e rimbrottata dall’Europa, chiude l’anno accartocciata nel caos organizzato delle sue aule parlamentari. Alla notte dei lunghi coltelli in Senato, è seguita quella del redde rationem alla Camera. Che, mentre già si preparavano i botti di San Silvestro, ha alla fine partorito una manovra di cui non si ricordano eguali travagli nella storia - recente e non - della Repubblica. E se si considera che siamo comunque davanti soltanto all’atto propedeutico di una concreta azione di governo ancora di là da venire, si coglie ancor di più il senso di quanto il 2018 sia stato realmente scosso da grandi tormente e profondi tormenti. Non che non ce lo si aspettasse.

La nascita di un anomalo governo grillo-leghista, matrimonio d’interessi spesso contrapposti ma necessario per scongiurare il dramma di un lungo black out governativo, lasciava presagire fin dall’inizio scenari tutt’altro che placidi nella gestione della cosa pubblica. Fra chi parlava di popolo e chi di populismo, chi ostentava cambiamento e chi paventava isolamento.

Non è mai mancato, questo va detto senza margine di equivoco, il sostegno della piazza elettorale a un esecutivo gialloverde sorto sulle ceneri lasciate dai masochismi di un Pd imploso e rissoso e dall’incapacit à di autorigenerarsi di una Forza Italia null’altro oltre l’ultraottuagenario Silvio. Pur con equilibri radicalmente invertiti (frena il M5S, galoppa la Lega), ogni sondaggio da sette mesi a questa parte riconosce alle truppe di Di Maio e Salvini consensi complessivi intorno al 60%. E questo in democrazia ha il peso di una sentenza. Che però, all’imbocco del nuovo anno e con la road map economico-finanziaria finalmente varata, dovrà sottoporsi a un altrettanto democraticamente indispensabile appello.

Insomma, adesso si tratta di passare dall’enunciazione di principi e obiettivi alla loro materiale applicazione. Ciò equivale a dire che per Conte & c. il bello viene adesso. Il brutto, secondo altri punti di vista. Partendo da un assioma: l’Italia nel frattempo si è fermata. Non che prima corresse a grandi falcate verso la ripresa, ma lo stallo certificato dall’Istat nel terzo trimestre di questo burrascoso 2018 (disoccupazione salita al 10,6%, Pil calato dello 0,1%) è il dato peggiore dal 2014 ad oggi. Questi mesi di polemiche ed errori, annunci e marce indietro, hanno bruciato miliardi di euro e reso il Paese più debole. La demonizzazione dei mercati e dello spread ha ben presto – e saggiamente – lasciato il posto a un’accurata presa d’atto dell’insostenibilità di certi arroccamenti. Che poi la manovra l’abbia riscritta l’Europa, come dicono le opposizioni, o abbia mantenuto la sua filosofia – come tiene a sottolineare la maggioranza – è solo mero esercizio di prospettiva.

Già il mese di gennaio imporrà il primo check up: l’Europa attende riscontri alle correzioni invocate a gran voce (quel 2,4% di deficit, declassato a 2,04% rimarrà uno dei must del 2018), mentre a Palazzo Chigi si lavora a un unico decreto che tolga le briglie ai propri due mantra. Cioè reddito di cittadinanza e quota 100. Attorno a cui sembra davvero girare più che mai il destino della tenuta economica dei conti del Paese da una parte, l’affidabilità e la credibilità del governo dinanzi ai suoi sostenitori dall’altra. Vedremo.

Se è un’Italia che non cresce, è anche un’Italia che si scopre perfino meno sicura. Un paradosso, forse, al tempo degli editti salviniani. Di un ministro degli Interni un po’ sui generis (e sopra la righe), al quale va però riconosciuto almeno il merito di aver scosso le sorde stanze europee, riportando il tema migranti al centro di un dibattito non più solo italiano. Al di là di metodi adottati ed effetti prodotti, la cui lettura è come al solito diversa a seconda delle prospettive - che in questo caso peraltro divergono parecchio - era se non altro un principio che andava comunque fissato e sul quale per troppo tempo si era tergiversato. E però la percezione di una sicurezza ridotta è passata e si è alimentata lungo altre rotte (e diverse genesi strutturali e sociali), siano esse le tragedie del ponte di Genova, del fango di Casteldaccia, della discoteca di Corinaldo. Con, a corollario, la morte violenta che torna a macchiare le vie d’accesso agli stadi di calcio o perfino l’Etna che riprende a far ballare pericolosamente un pezzo di Sicilia.

Già, la Sicilia. Archiviati i frizzi e lazzi crocettiani, si sta a fare i conti con la sobria parsimonia di Musumeci. Che ha attraversato l’anno con una logica low profile issata a virtù di governo dai sostenitori e bersagliata come pavida e passiva dagli avversari. Anche in questo caso, sarà il 2019 a dirci che 2018 è stato. Perché se è vero che bisogna seminare per raccogliere, è altrettanto vero che non di solo aratro si può vivere. E soprattutto governare. Musumeci, politico di lungo corso, lo sa. Chiude sbandierando un ritrovato dinamismo in materia di spesa dei fondi europei, ma è consapevole che anche nel suo caso si tratta ora di tirar fuori i risultati dai propri stessi atti propedeutici, altrimenti belle intenzioni e null’altro. Ad ampio raggio, dal piano della nuova sanità (antico buco nero dei conti isolani) a una più sostanziale e complessiva sburocratizzazione dell’ente, in cui oggi annega lo sviluppo e sguazza il privilegio (è notizia di cui diamo conto in questo giornale l’avvio dei primi provvedimenti disciplinari contro furbetti e imboscati negli assessorati). Fino all’annoso problema dei rifiuti, cancro inestirpato - per reale incapacità o calcolata volontà – di ogni angolo di Sicilia.

A cominciare da Palermo. Che l’anno lo ha cominciato (senza neanche troppa fretta) da capitale della cultura e lo sta finendo da capitale della munnizza (la Raggi ringrazierà), in un guazzabuglio di colpe e inefficienze che come sempre succede in questi casi nasconde le prime e aggrava le seconde. Nella speranza che il nero con cui Palermo chiude il 2018, lasci nel 2019 più spazio al rosa. O a questo punto dovremo abituarci a dire… pink?

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