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Per i poveri prima di tutto, la politica non ha più scuse

Se ne va un anno pessimo. Ma davanti alle tragedie del terrore che insanguinano il mondo, il catastrofismo sarebbe la cosa peggiore. Si registrano, sul finire di questo 2015, buoni risultati nel contrasto degli jihadisti, da Sarajevo al Belgio, dalla Turchia alla nostra Italia (dove si aggiungono gli ottimi risultati nella lotta contro le mafie). Si sono fatti importanti arresti, prevenendo violenze e attentati. Ma il terrorismo resta, tra incubi e paure, l’angoscia più forte. Incombe come uno spettro. E cambia le nostre vite. Vediamo autentici crolli di scontrini e biglietti ai tavolini dei ristoranti e nei cinema. Vortici di cancellazioni di viaggi. Perfino il Giubileo ha visto una piazza San Pietro con vistosi vuoti.

La paura si capisce. Nessun paese è a rischio zero. Ogni spazio è minacciato. Si può esser colpiti festeggiando il Natale in ufficio, ballando nella discoteca, viaggiando in un aereo per vacanza, vedendo una partita, ascoltando musica a teatro, facendo shopping in un centro commerciale. Inutile nasconderlo. L’Occidente libero e prospero è oggi meno libero, meno prospero. Non possiamo vivere meglio di prima. Sono necessari più controlli, la nostra privacy si riduce. Il futuro è incerto. Tentiamo però di fissare dei punti fermi. Per ragionare sulle strade verso un futuro diverso e migliore. I principali, ci sembra, sono tre.

Il primo non dipende da noi. Una guerra è in corso. Non l’abbiamo voluta noi, ma è stata proclamata contro di noi. Nuova e inedita. Ma una guerra. Proprio la «guerra mondiale a pezzi» di cui, da tempo, parla Papa Francesco. L’Isis è uno stato che esiste di fatto, senza formalmente esistere, con territori occupati con l’arbitrio e l’abuso, ma ferocemente controllato da un dominio folle che solleva bandiere nere e proclama la distruzione degli «infedeli». Non basta, lo sappiamo, una risposta militare. Ma l’intervento militare è un segmento inevitabile per la soluzione. Si può discutere poco con quanti sono chiusi nel progetto di pregare e combattere per depurare un Occidente che vedono, per usare le parole di un noto racconto di Kureishi, come «ricettacolo di ipocriti, adulteri, omosessuali, drogati e prostitute».

Il secondo punto, invece, dipende da noi. Non si può che condividere la linea del presidente Renzi quando dice «per ogni euro per la sicurezza, un euro per la cultura». E non senza ragione, Angelino Alfano, nostro ministro dell’Interno, ricorda, ripetutamente, che tutti i terroristi, protagonisti delle stragi in Europa, hanno passaporti europei. Sono tra noi insomma ma odiano tutto di noi e dei nostri valori. Per questo è utile promuovere conoscenze e letture tra i giovani. Se «Il nemico è forte», scrive il ministro nel suo ultimo libro, «i nostri valori democratici e i nostri principi liberali lo sono di più».

È così, certo. Solo che il loro successo non dipende solo dalla conoscenza che se ne può avere da libri, cinema, teatro e siti on line. Ma da un modo diverso di essere della politica, in tutti i paesi liberi, a cominciare dal nostro. Oggi l’Occidente, in particolare l’Italia, vive un tempo in cui la Politica regredisce e degrada. Si identifica con un esercizio del potere cieco, incapace di suscitare entusiasmi, di prospettare progetti grandi e sogni. Si immiserisce nella corruzione progressiva, nell’occupazione degli spazi pubblici che tende peraltro a moltiplicare ed ampliare. Il confronto tra forze di governo ed opposizione si appiattisce nella rissa quotidiana, nella contrapposizione dove i problemi sono sepolti dall’invettiva urlata e tutto si risolve in una nebulosa oscura. Lo vediamo proprio in questi giorni.

Non è vero che non succede nulla. Si è pure davanti a qualcosa di buono: le riforme che vanno in porto, da quelle istituzionali a quella del lavoro, i consumi e la ricchezza che finalmente hanno un segno più. Ma nei dibattiti televisivi (numerosissimi) si è, come ieri sosteneva, nel nostro giornale, il costituzionalista Michele Ainis a «cose dette e non dette», a «suoni senza contenuto». I partiti occupano le istituzioni, oltre la misura necessaria. Ma sono assenti dal territorio. Non affascinano i giovani che soddisfano in spazi diversi, dal volontariato alla Rete, il desiderio di impegno sociale.

Il terzo punto è in una esigenza irrinunciabile, ossia il contrasto della povertà. La questione è complessa, si intreccia con i fenomeni più gravi che devastano il pianeta. Il livello di povertà flette, secondo i dati della banca mondiale, nelle aree emergenti. Il numero di quanti vivevano con meno di due dollari al giorno si è ridotto di quasi due terzi, dopo la crescita impetuosa che si è avuta, proprio seguendo strategie economiche di tipo occidentale, in paesi come l’India e la Cina. Ma l’impoverimento tende all’aumento nelle società opulente tra cui l’Italia. Non c’è, poi, un rapporto tra la povertà e il terrorismo. Anzi, le recenti rivelazioni dell’economista Krueger ci dicono che «i tipici terroristi» sono persone con un livello di reddito e istruzione mediamente superiori rispetto al segmento di popolazione cui appartengono.

Però la povertà continua ad essere brandita come una propria bandiera dalle forze antisistema di ogni risma che alimentano fanatismi, violenza politica e terrorismo. Così la lotta contro le povertà diventa un banco di prova per le nostre società liberali. Le quali hanno modelli economici e istituzioni pubbliche più efficaci di altre per sconfiggerle e togliere fiato alle forze che invece vogliono travolgerle. È qui il segno di una visione nuova, di una missione in grado di entusiasmare e rinnovare consensi perduti. Invece, talora o spesso, si annaspa.

Come in Italia. Dove si decidono misure utili ma tutto poi si incaglia nelle maglie di burocrazie pigre e sorde, di procedure farraginose, di uffici immobili e senza anima. Ne sappiamo qualcosa proprio nella nostra Sicilia. Riceviamo importanti risorse dall’Europa. Ma non si spendono perché le amministrazioni pubbliche, tra Regione e Comuni, benché gonfie di personale, non trovano gli addetti per censire i poveri da assistere. Noi vogliamo confermare, facendo gli auguri ai lettori di questo giornale, nel 155esimo anno della sua storia, il nostro impegno a ripetere, anche nel 2016, la scelta di viverlo come un nuovo anno del Natale. Con queste pagine, la tv (Tgs), il nostro sito on line (gds.it) e con la radio (Rgs), mese dopo mese, solleciteremo, verificheremo e promuoveremo forme di solidarietà pubbliche e private verso i poveri che aumentano nelle nostre città. Tutti possiamo fare di tutto per loro, perché tutto diventi migliore per noi.

Buon Anno.

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