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Lo Bello: in Sicilia precari creati per aggirare i concorsi

PALERMO. Il presidente della Confindustria siciliana dice al Giornale di Sicilia: «Sono sempre stato contro ogni stabilizzazione ma a Palermo ci sono 3.200 precari di vario genere allora io dico: almeno facciamoli lavorare, impieghiamoli proficuamente». L'articolo viene ripreso dal sito gds.it e apriti cielo: arrivano valanghe di commenti che, in linea di massima si possono dividere in tre fasce. Ci sono quelli che non si schierano ma ammettono che una soluzione al problema bisogna trovarla, poi ci sono i precari che, comprensibilmente, difendono se stessi e il proprio ruolo respingendo luoghi comuni, generalizzazioni e l'accusa di «fannullonismo». Nella terza fascia, la più numerosa, ci sono quelli che di precari non vogliono sentire parlare: sono prevalentemente epigoni dell’«antipolitica» che puntano il dito contro il precariato come bacino di voto per la «Casta». Ma ci sono anche i disoccupati da sempre che, in soldoni, dicono: «Farli lavorare? Ma neanche per idea: la pubblica amministrazione deve cacciarli via e prendere noi disoccupati che spesso abbiamo titoli di studio che, in mancanza di concorsi, servono a poco o a nulla». Giuseppe Tamburello è tra quelli che non vivono personalmente il problema. «In Sicilia - scrive - devono partire i motori dell'economia: piccola e media impresa, artigianato, commercio, turismo. E agricoltura, ovviamente. Poi c'è il problema dei ribassi d'asta e dei pagamenti dei comuni, tutti elementi che penalizzano la piccola impresa». E se Anna M. si chiede «a cosa servono gli uffici di collocamento». Michele Lonzi di Siracusa ricorda «lo sperpero dei fondi comunitari» che è stato sottratto «a una politica di crescita e di sviluppo». Armando Lo Piparo di Palermo dà ragione al presidente Lo Bello: «C'è un'infinità di cose che i precari potrebbero fare: progetti per recuperare strade, per intervenire sulle fognature, per pulire i sottopassaggi, per la manutenzione del verde». E sempre Anna M. sintetizza: «Il problema va risolto, non c'è dubbio. La politica a creato il precariato, ora ci vuole una strategia d'uscita». D'accordo con Lo Bello anche Daniele317, che sprona i dirigenti comunali a organizzare meglio il lavoro dei precari. E Giovanni racconta i suoi 20 anni da precario oggi 42enne. «Se mi tolgono il precariato, - dice - che cosa mi rimane?». Dalla parte dei precari, quasi sempre perché ne fanno parte, si schierano pure Morosita, Vincenzo di Palermo, Gianni Renna, Attac, Antonella di Palermo, Daniele Corrente, Jonatan Campagna e Gaetano di Messina. Sul fronte dei contrari ci sono tra i tanti Roby Millesi ("a me che a 50 anni non ho mai avuto un posto regolare, chi mi aiuta?"), Nené ("La cancrena dei precari ha condannato la Sicilia all'inferiorità economica"). Ivana Di Benedetto racconta che il figlio ingegnere che aveva bisogno di un documento, ha dovuto estrarlo da solo dal pc perché il precario comunale addetto addetto al computer non era capace; Michele di Agrigento ricorda che il lavoro è un diritto ma la raccomandazione no; Ale si chiede «a cosa servono» visto che sono stati assunti «per dare alla politica siciliana la continuità dei voti»; Ciccio replica a Morosita: «È risaputo che alla regione non si entra per meriti»; Domenico55 si lancia in un consiglio: «La smettano di lamentarsi, prendano una vanga o una scopa e almeno puliscano la città»; e Franco dice che prima dovrebbero dimezzare gli stipendi «agli onorevoli» ma anche «ai dirigenti e ai consiglieri delle società partecipate» per Dario Dark integrare i precari sarebbe come «ammettere un'ingiustizia nei confronti dei disoccupati». E Ivan Lo Bello? Come replica? «Il precariato - dice - ha origini lontane e riguarda le tante stagioni politiche più diverse. Una parte rilevante dipende da scelte fatte dai Comuni. Premesso ciò, non c'è dubbio che negli ultimi vent'anni, dagli ex articolisti in poi, è stata fatta una selezione che ha lasciato fuori persone che non avevano nessuna relazione politica». «I concorsi - ricorda il presidente di Sicilindustria - sono stati aggirati in malo modo. In questi 30 anni abbiamo assistito a un meccanismo in cui si è dato vita a posti di precariato stabile. Le vere vittime sono quelli che dovevano confidare sulle proprie abilità». «Detto ciò - coclude Lo Bello - da tempo ho una posizione dura e rigorosa sul precariato. Non posso essere rimproverato di distrazione. Io ho avuto il coraggio di porre un problema rilevante. Lo continuo a condannare. Ma realisticamente abbiamo alcune migliaia di persone che ad oggi non lavorano e non possono essere buttate per strada. Pur con tutte le ingiustizie di cui sono stati protagonisti come raccomandati».

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