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L'INTERVISTA

Chiarelli: seimila occupati in più in agricoltura in Sicilia

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PALERMO. Ventisettemila occupati in più in Italia nel comparto agricolo, nei primi tre mesi del 2015. «E almeno 6 mila in Sicilia - gongola con moderazione il presidente regionale di Coldiretti Alessandro Chiarelli -. consapevole che stiamo soltanto iniziando a raccogliere i frutti delle riforme legislative che abbiamo sollecitato per decenni».

Il succo della buona notizia, l'Istat lo aveva preannunciato alcune settimane fa, nelle sue stime periodiche: il Pil cresce, timidamente, nei primi tre mesi dell'anno, grazie soprattutto all'agricoltura. A completare il tandem di «punte» che continua a segnare punti e a tenere di fatto a galla l'economia, figura l'export industriale. Ora, a riconoscere il ruolo fondamentale della produzione agricola, le «motivazioni» di una sentenza che, per una volta, non è verdetto amaro: le ha elaborate Coldiretti, sulla scorta dei dati statistici complessivi, calcolando - si legge in una nota diffusa dall'associazione di categoria - «un incremento record del 6,2% nel numero di occupati, che è dieci volte superiore al valore medio totale di tutti i settori, per un totale di 27 mila occupati in più nelle campagne rispetto allo stesso periodo dello scorso anno». Coldiretti stima un aumento assoluto «del numero di lavoratori indipendenti (+7,4% di imprenditori agricoli) ma anche di quelli dipendenti (+4,9%) con un record assoluto per il nord del 20,3%. In generale, tra dipendenti e indipendenti, l'occupazione nei campi fa segnare un aumento del 16,1% al nord, un calo dell'11,5% al centro e un aumento del 44,4% al sud». La Sicilia, lo si capisce spulciando il report Istat, mantiene il primato complessivo di occupati: 86 mila, dei quali 62 mila dipendenti e 24 mila in proprio.

Presidente Chiarelli, l'agricoltura tiene a galla il reddito nazionale, in attesa che i segnali si traducano in autentica ripresa. La Sicilia come sta?

«Le dico due parole: multifunzionalità e tracciabilità. Seimila occupati rosicchiati all'abisso occupazionale che viviamo, dicono molto, anche se moltissimo resta da fare. I nostri giovani hanno capito che tornare al fondo di famiglia non è una follia, ma una scommessa vera per il futuro. Sono allettati dal fatto che lavorare in agricoltura non significa fare il bracciante, ma l'imprenditore. Un tipo di imprenditore frutto della maturazione, finalmente, nella società, a due decenni dalla approvazione delle norme sulla multifunzionalità della produzione».

Campi e aziende multifunzionali: di che si tratta?

«Significa che l'azienda agricola non è vincolata a una o più produzioni, e può chiudere la filiera trasformando il prodotto, potendo così contare su iniezioni immediate di contante che consentono investimenti nel mantenimento delle attività e delle colture tradizionali. Superando, così, il dramma dei prezzi da fame per il prodotto grezzo. È sulla possibilità della trasformazione, che si crea il valore aggiunto. E, dunque, il reddito e le riserve per gli investimenti. Esempi: chi coltiva grano, vendendolo macinato a 30 centesimi al chilo, fa anche il pane, che arriva a 2-3 euro. Chi produce latte, letteralmente svenduto all'ingrosso a 38 centesimi al litro, fa anche il gelato fresco. E non con la polverina, ma con latte appena munto. Multifunzionalità significa anche agriturismo, artigianato conserviero, sbocchi nel socio-sanitario, adeguando l'azienda per l'ospitalità di disabili, anziani o con finalità terapeutiche. L'azienda agricola diviene così luogo di lavoro anche per giovani con lauree che apparentemente poco c'entrano. Così, mentre in tutto il Paese gli istituti e le facoltà agrari continuano a essere snobbati, in Sicilia gli studenti aumentano».

E il rapporto con i mercati?

«Anche in questo Coldiretti si è battuta a lungo, spingendo per la differenziazione delle aree di vendita e dei relativi strumenti. La parola d'ordine è tracciabilità assoluta. In tutta Sicilia sono quaranta i mercati con il nostro marchio, dove i produttori vendono direttamente. Ve ne sono di annuali, cioè perenni, stagionali, occasionali. Consideri che in media ciascuno di essi attrae un migliaio di visitatori, quello di Villa Sperlinga a Palermo tocca i quattromila. All'agricoltore deve essere affidata la scelta dell'ambito di vendita. Grazie alle nuove norme, non c'è obbligo di marchio CE per la distribuzione nelle province limitrofe. Così, un palermitano può vendere senza quell'oneroso permesso nel Trapanese, nel Nisseno, nel Messinese, nell'Agrientino. Se poi, per dirne una, vuole fare concorrenza a MacDonald's ed espandersi vendendo hamburger col proprio pane e con la carne dei propri allevamenti, si accomodi pure».

Nespole spagnole, arance marocchine. C'è da temere?

«No, l'autarchia non pagherebbe. Pensi a cosa ce ne faremmo del mosto prodotto dai nostri immensi 120 mila ettari di vigneti, se non potessimo esportare. La merce deve essere trattata come le persone: ”passaporto” e tracciabilità assoluta. Non dobbiamo temere, noi abbiamo la qualità. E il problema è piuttosto l'”italian sounding”, che alla Sicilia ”ruba” 5 miliardi di euro all'anno, 15-6 all'Italia. Mi spiego: se in Paraguay, per esempio, producono mosto simile al nostro, facciano pure, ed esportino dove credono. Ma lo chiamino Nero paraguagio, non Nero d'Avola»

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