Il Papa in Libano: l’amore vinca sull’odio

BEIRUT. In un mondo arabo percorso da rivoluzioni e violenze, i libanesi si sono riuniti oggi, musulmani e cristiani, sostenitori e oppositori dei regimi  siriano e iraniano, per dare il benvenuto al Papa e al suo messaggio di pace, nella speranza di non essere più risucchiati in lotte fratricide come quelle che segnarono la guerra civile. Nell'attuale "contesto difficile e talvolta doloroso" è proprio il momento di "celebrare la vittoria dell'amore sull'odio, del perdono sulla vendetta, del servizio sul dominio, dell'umiltà sull'orgoglio, dell'unità sulla divisione". Lo ha detto il Papa, dopo aver evocato la figura della croce, firmando, nella basilica greco-melkita di St. Paul ad Harissa, l'Esortazione apostolica "Ecclesia in Medio oriente", testo conclusivo del sinodo dei vescovi per il Medio oriente svoltosi in Vaticano nel 2010.  
E' vero che anche il Paese dei Cedri oggi è stato toccato dalle violenze per la diffusione di un film anti-islamico, con un morto e 25 feriti in scontri tra polizia e manifestanti che hanno dato alle fiamme un ristorante della catena americana Kentucky Fried Chicken a Tripoli, nel nord del Paese. E alcuni testimoni hanno riferito di aver sentito qualcuno degli assalitori gridare slogan contro la visita del Papa. Ma coloro che hanno partecipato all'attacco, secondo gli stessi testimoni, non erano più di 300. E il Mufti di Tripoli Sheikh Malek al Shaar, principale autorità sunnita della regione, ha subito condannato gli incidenti, giudicandone responsabili "coloro che mirano a rovinare l'immagine della città".    
Le immagini delle violenze nel nord del Libano contrastano totalmente con l'atmosfera di festa con la quale una popolazione chiaramente affamata di pace ha accolto l'arrivo del pontefice a Beirut. Mentre 21 salve di cannone salutavano Benedetto XVI che scendeva la scaletta dell'aereo, le campane delle chiese della capitale suonavano a distesa. Ma ad accogliere il Papa c'erano i leader di tutte le 18 confessioni e comunità che compongono il mosaico libanese, oltre alle tre massime cariche dello Stato: il presidente della Repubblica Michel Sleiman, cattolico maronita, il presidente del Parlamento Nabih Berri, musulmano sciita, e il primo ministro Najib Miqati, musulmano sunnita.    
Il Libano è "terra di martirio ma anche di convivenza tra le varie comunità, un modello di coabitazione", ha affermato Sleiman. Lo stesso messaggio con il quale il movimento sciita Hezbollah, filo-siriano e filo-iraniano, ha dato il benvenuto a Benedetto XVI mentre il corteo papale attraversava i quartieri sciiti del sud di Beirut per avviarsi verso la nunziatura apostolica ad Harissa, sulle colline a nord della capitale, roccaforte dei cristiani. "Hezbollah dà il benvenuto al Papa nella patria della coesistenza", recitava uno striscione appeso in cima a un cavalcavia pedonale. "Benvenuto nella terra della resistenza", si leggeva su un altro, in ricordo della guerra del 2006 durante la quale questi quartieri furono distrutti dai bombardamenti israeliani.     
Il Papa è passato anche accanto ai campi palestinesi di Sabra e Shatila, teatro 30 anni fa del massacro di migliaia di profughi da parte di milizie cristiane. Poi, nel centro di Beirut e nella cittadina di Jounieh, dieci chilometri più a nord sulla strada per Harissa, il pontefice ha trovato ad attenderlo due ali di folla, con tantissimi giovani che sventolavano bandiere libanesi e del Vaticano, e qualche striscione del tipo 'We love you', con il cuore al posto del verbo 'amare'.    

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