Palermo, i parrucchieri: "Danneggiati dagli abusivi"

Taglio e messa in piega a costi bassi, con tanto di visita a domicilio o accoglienza nella «beauty farm» tra le mura domestiche. "Siamo stufi di assistere a questa concorrenza sleale che toglie guadagni e clienti"

PALERMO. La concorrenza sleale e il lavoro nero li sta divorando. A farne le spese sono i parrucchieri, che, in tempo di crisi, soffrono, protestano e, sempre più spesso, sono costretti a licenziare i collaboratori. Un nemico quasi invisibile, ma non tanto, se si considera che le migliori offerte in nero si trovano a portata di click nei social network più famosi.


Taglio e messa in piega a costi bassi, con tanto di visita a domicilio o accoglienza nella «beauty farm» tra le mura domestiche.  Le associazioni di categoria degli artigiani hanno contato migliaia di persone che si arrangiano con il mestiere di parrucchiere. Tanto quanto basta per fare scattare la controffensiva.  «Siamo stufi di assistere a questa concorrenza sleale che toglie guadagni e clienti - dice Gino Sanfilippo, vicepresidente provinciale dei parrucchieri di Confartigianato e titolare di una parruccheria in via Notarbartolo -. Per noi regolari ci sono gli studi di settore, l'enorme pressione fiscale, i controlli; mentre gli abusivi di questa professione la fanno sempre franca e attirano clientela con prezzi stracciati».



In trincea ci sono tutte le associazioni di categoria: Cna, Confartigianato, Casartigiani, Api-Claai, che da mesi fanno da cassa di risonanza per sensibilizzare le istituzioni e gli organi di controllo. Lo hanno fatto un mese fa radunando gli iscritti alla camera di commercio e poi in audizione presso la commissione regionale alle Attività produttive. I riflettori sono accesi proprio sul lavoro nero. Gli artigiani espongono le vetrofanie ammiccanti, nelle quali spiegano che la cura dei capelli deve essere affidata a dei veri professionisti.



Lo scenario è critico e i parrucchieri fanno sul serio. «Se non arriveranno risposte a breve - continua Sanfilippo -, molti di noi saranno costretti a chiudere. Da due anni a questa parte bisogna stringere la cinghia per arrivare a fine mese. È difficile tenere testa a tutti gli obblighi fiscali e previdenziali sapendo che in città c'è gente che lavora in nero e ti sta togliendo il mestiere in maniera disonesta, agendo finanche senza nessuna precauzione igienico sanitaria».
Per dare un'idea di ciò che un parrucchiere deve sostenere per mandare avanti la baracca, la Confartigianato ha commissionato uno studio sulla pressione fiscale che deve sostenere un parrucchiere professionista e sull'utile annuale che ne deriva. Un parrucchiere titolare di un negozio di 70 metri quadrati in affitto, in zona semi-residenziale, con 4.813 presenze in salone, ha conseguito nel 2010 un ricavo di 113mila euro che, tolti i costi (personale, locazione, merce, utenze, tasse, oneri previdenziali, raccolta differenziata), si riduce a 25.828 euro. Su quest'utile è stata calcolata una pressione fiscale del 31,16% (irpef, addizionale comunale e regionale, irap, Inps su modello unico), ovvero 8.047 euro, che fa scendere l'asticella a un utile netto di 17.781 euro, cioé poco più di 1.400 euro al mese. Lo studio che è stato fatto anche sui costi mensili per sostenere un dipendente: 1.861 euro.



Così i conti non tornano. Ma le soluzioni sembrano a portata di mano, se solo si volessero applicare.  «Intanto servono controlli più stringenti per stanare gli irregolari - conclude Sanfilippo -, poi l'alleggerimento della pressione fiscale per la categoria e la possibilità di considerare i nostri negozi come delle botteghe-scuola per formare gli apprendisti e inserirli nel mondo del lavoro».

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