Lo scontro Maroni-Saviano e i giornalisti Rai di sinistra

Nove milioni di ascoltatori è una grande conquista per un programma televisivo? Sì, senza alcun dubbio. Ma qualche interrogativo sorge spontaneo per il programma di Fazio-Saviano. Innanzi tutto, dobbiamo forse risalire ai tempi delle polemiche sui programmi tv di Enzo Biagi per ritrovare un effetto mediatico di così grande portata. E sicuramente questo elemento ha inciso notevolmente nell’impennata degli ascolti. A ciò si aggiunga che, nell’attuale (deteriorato) scenario politico, guardare o meno «Vieni via con me» ha quasi rappresentato una sorta di adesione fideistica all’antiberlusconismo. Ovviamente si sono aggiunti anche i «contrari», cioè coloro (vicini o simpatizzanti del centrodestra) che hanno seguito il programma «per curiosità» o solo per conoscere ciò che avrebbe detto la «strana coppia» Fazio-Saviano, che ha ospitato un’altra «strana coppia» di altissimo livello politico (Bersani-Fini).
Non c’è bisogno di scomodare autorevoli massmediologi alla McLuhan per affermare che politicizzare al massimo un evento, caricandolo di significati che nulla hanno a che vedere con un programma di intrattenimento tv (culturale, ma, come si è visto, fortemente politicizzato) può portare a un boom di ascolti. Ma si tratta pur sempre di un risultato anomalo: lo sarebbe stato per la tv commerciale, ma ancora di più per la tv pubblica. Infatti, come hanno giustamente commentato sia il direttore generale Mauro Masi e consiglieri (della maggioranza, come Antonio Verro), il servizio pubblico non deve puntare solo ai massimi ascolti, come fa la tv commerciale, ma deve garantire anche il pluralismo, la correttezza dell’informazione, il rispetto assoluto dei diritti degli esseri umani: tutto questo fa la vera qualità televisiva, che dovrebbe essere proprio lo specifico del servizio pubblico. Ciò significa non concedere nulla al fanatismo, al settarismo, alle inchieste a senso unico, senza contradditorio.
Da anni i vari Santoro, Annunziata, Floris, Gabanelli, Bianca Berlinguer, Dandini, ecc. parlano di «servizio pubblico», dando però di questo principio, nei fatti, una interpretazione quasi sempre più vicina alla faziosità. In questo sostenuti dai partiti dell’opposizione di sinistra, dai sindacati dei giornalisti, a cominciare da quel superpartitino interno (l’Usigrai), da sempre schierato a sinistra, più per ragioni politiche e ideologiche, che sindacali. Le opinioni di Saviano sulla ’ndrangheta nel Nord sono un caso esemplare di pessimo servizio pubblico. Senza entrare nel merito delle tesi (non documentate) dello scrittore napoletano il fatto che Roberto Maroni,un ministro dell’Interno che più di ogni altro si è impegnato nella lotta contro la criminalità (l’ultimo successo, l’arresto del capo del clan dei casalesi, Sandokan-Jovine), abbia giudicato «false» e «calunniose» quelle dichiarazioni, chiedendo un contradditorio, dovrebbe far riflettere.
Ma dovrebbe far pensare anche quel fronte di difensori (tutti del centrosinistra) che si sono arrampicati sugli specchi per difendere le gaffes gratuite di Saviano, sbeffeggiando la richiesta (legittima) di Maroni sul contradditorio. Solo Zavoli e Cacciari hanno riconosciuto che Maroni aveva ragione. Troppo poco. Ma i «solerti» difensori del servizio pubblico e del pluralismo, come Giulietti (ex segretario Usigrai) e il «partito» Usigrai, non hanno speso una sola riga per difendere il pluralismo tv, preferendo solo difendere Fazio (due milioni di euro l’anno, senza calcolare il compenso per il nuovo programma) e Saviano per gli alti ascolti. Non solo, ma l’Usigrai ha approfittato della polemica, nel tentativo di sferrare un colpo al direttore generale Masi, pubblicizzando i risultati «bulgari» del referendum di sfiducia. Ma non hanno pensato gli strateghi di questo sindacato dei giornalisti Rai che quel «referendum» ha rappresentato un vero boomerang.
I dati parlano chiaro: su 1.438 giornalisti (su 1.878 aventi diritto) ben 1.314 hanno votato per la sfiducia del dg e appena 77 per il «sì», oltre a 29 schede bianche e 18 nulle. In questo modo tutti hanno potuto avere la conferma della composizione politica dei giornalisti Rai: oltre 1.300 di sinistra e forse meno 300 vicini al centrodestra. È indubbio che queste cifre spiegano più di tanti discorsi la realtà (fortemente politicizzata ) e i «rapporti di forza» dei giornalisti Rai. In ogni caso quella «sfiducia» ha finito col rafforzare il ruolo del direttore generale Masi, anche per aver visto giusto sulla presenza (politica) di Bersani e Fini alla trasmissione di Raitre.

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