
L’economia mondiale nelle mani di Donald Trump per i prossimi due o tre giorni, fino a quando non sarà chiaro quali dazi il presidente americano imporrà il 2 aprile, ribattezzato il «giorno della liberazione» americana dalla morsa di coloro che per decenni hanno approfittato degli Stati Uniti. In attesa che Trump sveli le sue carte, l’Europa prepara la sua risposta «senza linee rosse» e le borse mondiali affondano appesantite dall’incertezza e soprattutto dalla paura di una stagflazione.
«Non ho sentito questo termine per anni. Gli Stati Uniti sperimenteranno un boom, avremo successo come mai prima», ha detto il presidente liquidando i timori che dilagano sui mercati finanziari, dove l’incertezza è il nemico numero uno. Il non sapere cosa accadrà mercoledì ha spinto le borse asiatiche in profondo rosso, con Tokyo che ha perso il 4,05%. Non è andata meglio alle piazze europee, che hanno visto andare in fumo 245 miliardi. Milano è stata la maglia nera d’Europa calando dell’1,77% e bruciando 16,43 miliardi. Parigi ha perso l’1,58% e Francoforte l’1,33%.
Pesante anche Wall Street, dove lo S&P 500 è in corsa per chiudere il suo peggior trimestre rispetto al resto del mondo dagli anni Ottanta. In controtendenza invece l’oro, salito al record di 3.115 dollari l'oncia. L’Europa è alla finestra e lavora a come rispondere al pugno duro americano. Finora ha replicato con misure mirate ai dazi di Trump ma le nuove tariffe rischiano di innescare una guerra commerciale totale e richiedono quindi una risposta adeguata, «senza linee rosse». Bruxelles - secondo indiscrezioni di El Pais - starebbe valutando l’attuazione del cosiddetto strumento anti-coercizione per la sicurezza economica, che consentirebbe di chiudere il mercato Ue a determinati beni e servizi e di impedire ad aziende statunitensi di partecipare a concorsi di licitazione pubblica o a progetti finanziati con il bilancio comunitario.
Ma l’Ue non è l’unica a stare con il fiato sospeso. Anche all’interno della Casa Bianca non è chiaro come il presidente intenda procedere. Sei settimane fa Trump ha annunciato che il 2 aprile sarebbero stati imposti dazi reciproci. Negli ultimi giorni però è sembrato ammorbidire i toni, spiegando che avrebbe concesso una «pausa a molti paesi» e che le tariffe sarebbero state «meno dure di quelle reciproche» per evitare di infliggere danni pesanti.
Venerdì scorso ha poi aperto alla possibilità di intese con i singoli paesi con i dazi. Nel fine settimana, però, i toni si sono induriti. Ai microfoni di Nbc ha detto di non essere interessato a un possibile aumento dei prezzi per le auto importante straniere, sulle quali ha imposto un dazio del 25% che scatterà il 3 aprile, e si è mostrato pronto a trattare solo con i paesi disposti da «offrire qualcosa di valore».
Domenica, rientrando da Mar-a-Lago, ha alzato il tiro spiegando che i dazi avrebbero riguardato tutti i paesi, smentendo così il suo segretario al Tesoro Scott Bessent, che nei giorni scorsi aveva parlato di dazi solo contro i «dirty 15», i 15 paesi che hanno i maggiori squilibri commerciali con gli Stati Uniti. L’evolversi delle posizioni di Trump sta complicando il lavoro del suo staff, chiamato a presentare al presidente la strategia da seguire.
Dopo aver per più di un mese concentrato l’attenzione sui dazi reciproci, l’amministrazione è tornata a valutare l’ipotesi di dazi universali al 20%, caldeggiata dal tycoon durante la campagna elettorale come via principale per riequilibrare l'economia e ridurre il debito e il deficit. Le nuove tariffe - secondo le cifre fornite dal consigliere della Casa Bianca Peter Navarro - porteranno nelle casse pubbliche 600 miliardi all’anno, di cui 100 derivanti dai dazi sulle auto. «Il protezionismo è tornato con forza», ha messo in guardia Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, nella sua lettera gli azionisti, notando coma c'è molta ansia per l’economia. Il timore, secondo gli economisti, è che a pagare il conto dei dazi siano gli americani in termini di caro prezzi ma anche di pensione e risparmi in fumo con il calo delle borse.
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