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L’Europa è ormai sotto l’assedio Trump-Putin: per sopravvivere occorre armarsi

L'analisi: nel Vecchio Continente si deve cambiare strategia, se si vuole mantenere la propria entità politica. Le relazioni internazionali non sono una sfilata di bei propositi. È necessario confrontarsi sempre con i rapporti di forza mutevoli

A parte Sanremo, la settimana che ci lasciamo alle spalle ha rivoluzionato l’agenda politica italiana e quella delle altre democrazie europee. Con uno slogan, potremmo dire che oggi chi ha creduto fin qua all’Europa come comunità di destino e alle nostre democrazie liberali come strumento e scopo irrinunciabile delle civiltà occidentali, non può che chiedere alle classi dirigenti al potere, destra o sinistra poco importa, qualcosa che solo fino qualche anno addietro faceva paura solo a pronunziarlo.

Armarsi. L’Europa, se vuole sopravvivere quale entità politica, crogiolo di stili di vita e di libertà, deve armarsi. E’ brutto a dirsi e anche a pensarlo, ma va detto con senso di responsabilità. Le ultime mosse della diplomazia (si fa per dire...) statunitense lo certificano.

Mentre Trump annuncia piani di pace con Putin non concordati con l’Ucraina né tantomeno con gli Europei, il vicepresidente Vance sbeffeggia a Monaco le nazioni democratiche europee su quel che sta più a cuore ai suoi cittadini: la libertà di parola, il welfare, il capitalismo temperato dalle regole comunitarie. Perché di questo si è trattato, a voler vedere le cose come stanno.

«Mentre noi americani abbiamo speso denaro in armi per difendervi, voi europei avete investito in sanità: adesso basta, sostenete anche voi e più di noi la Nato, gli Usa devono pensare a tornare grandi, anche a scapito vostro». Più o meno ha detto questo, Vance. Aggiungendo il suo rammarico per l’isolamento contro i neo-nazisti in Germania garantito dai cristiano-popolari, dai liberali, dai socialdemocratici e dai verdi.
Nelle stesse ore, una portavoce del governo russo attacca il nostro Presidente della Repubblica per il discorso tenuto in Francia, ben una settimana addietro, in cui egli ha richiamato tutti noi alla necessità di proteggere le nostre democrazie dall’insidia dell’autoritarismo di svariato conio che aleggia nel mondo, ricordando gli errori commessi nel 1938 quando il mostro nazista cominciava a manifestarsi con le sue mire tiranniche su tutto il territorio europeo. Mai si era registrata una simile sfrontatezza: una oscura funzionaria governativa che da un pulpito ufficiale dà del «blasfemo» al nostro Presidente che tutti sanno – proprio tutti – rappresenta l’unità della nazione italiana, l’intera Repubblica.

Occorre andare avanti nel mettere assieme gli avvenimenti? Si può aggiungere l’offensiva del magnate Musk, nella doppia veste di uomo più ricco del mondo e membro del governo Usa, che raccomanda all’estrema destra europea di ri-farla grande, l’Europa. Come? Sparpagliandosi, andando ciascuna nazione per i fatti suoi, uniti nell’obbiettivo – forse – di piegarsi al neo-imperialismo russo-americano? Insomma, in questo scenario quel che appare chiaro è il bersaglio: l’Unione europea, così come è ora e come potrebbe essere in futuro, ossia un’entità sovranazionale (non anti-nazionale) integrata con una propria politica non solo economico-commerciale ma anche estera e una difesa militare comune. Torniamo al punto. Armarsi, non da soli ma mettendo le proprie risorse – se occorre aumentandole – per la creazione di un dispositivo militare europeo in grado di difendere la nostra integrità territoriale e i confini degli alleati vicini di casa. Comprando armi dalle fabbriche europee, beninteso, non americane.

Si dirà: è una sconfitta storica, riarmarsi dopo che con la fine della guerra fredda, con il crollo del muro di Berlino, ci si era impegnati in un processo di smilitarizzazione globale. È vero. È una sconfitta dolorosissima per tutto il pacifismo politico degli ultimi decenni. Tuttavia la storia delle relazioni internazionali non è una sfilata di bei propositi, e piuttosto significa confrontarsi con la realtà mutevole dei rapporti di forza nel mondo che oggi ci mette tutti – in Italia sia destra sia sinistra democratiche - di fronte alla scelta se impegnarsi nella difesa dei nostri valori democratici, dei nostri stili di vita occidentali, ivi compreso quello del pluralismo religioso, o rassegnarci a ritornare vassalli di altri modelli a noi estranei. È questo un discorso di destra? Di sinistra? Non sappiamo. C’è da dubitare, però, che grandi leader politici italiani, come De Gasperi, Berlinguer, Craxi e perfino Almirante, sarebbero rimasti con le mani in mano dopo questa settimana di politica in Europa.

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