Martedì, 13 Novembre 2018
STATI UNITI

Russiagate, Trump silura il ministro della giustizia

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Jeff Sessions

E ora che succede? Donald Trump è il primo a chiederselo da ore, a cercare di capire cosa riserverà il futuro in frenetiche riunioni con i suoi più stretti collaboratori, nella war room allestita alla Casa Bianca. Con le elezioni di medio termine lo scenario per lui è totalmente cambiato e destinato a incidere fortemente sulla seconda parte del suo mandato. Due anni prima delle presidenziali del 2020 in cui il tycoon non avrà più il Congresso ai suoi piedi ma dovrà fare i conti con la Camera tornata in mano ai democratici.
Una cosa toglie il sonno al presidente americano: lo spettro dell'impeachment che i suoi avversari potrebbero tornare ad agitare con prepotenza ora che hanno il controllo di una parte di Capitol Hill. È in questo contesto che viene letto l'immediato siluramento del ministro della Giustizia Jeff Sessions, cui il tycoon non ha mai perdonato di aver fatto un passo indietro sul fonte delle indagini del
Russiagate, aprendo la strada alla nomina del procuratore speciale Robert Mueller. E la sostituzione ad interim con il suo capo di gabinetto, Matthew Whitaker, che ora potrebbe subentrare al numero due Rod Rosenstein nella supervisione delle indagini dopo essersi detto a favore di un taglio dei fondi per gli accertamenti e di una limitazione del loro raggio d'azione.

Una mossa subito attaccata da Nancy Pelosi: "È uno spudorato tentativo di Donald Trump di minare e mettere fine all'inchiesta di Mueller", ha twittato la leader dem alla Camera, invitando Whitaker a ricusarsi e il Congresso ad intervenire per proteggere l'inchiesta.

Seguiranno molte altre uscite nei prossimi giorni - spiegano i bene informati - per quello che si preannuncia come un profondo rimpasto della squadra di governo e dello staff della Casa Bianca. "Se mi indagano, indagherò su di loro", è stato l'avvertimento lanciato da Trump ai dem. "Possono giocare a questo gioco ma noi possiamo giocare meglio, e io di solito sono più bravo", ha minacciato ancora.

Una minaccia che rappresenta l'unica deroga a un atteggiamento volutamente dialogante scelto per il day after. E in effetti Trump è ora a un bivio: nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovrà decidere se perseguire la strada del disgelo o proseguire con un'escalation che ha già raggiunto livelli di guardia. Quest'ultima lo porterebbe ad agire sul piano a lui più congeniale, cosa che potrebbe tornargli utile in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Ma anche un'inversione di rotta, ammorbidendo decisamente i toni, avrebbe i suoi vantaggi, ora che bypassare l'opposizione è diventato impossibile.

Dunque per attuare almeno in parte la sua agenda e trasformare in legge alcune delle sue priorità la via del dialogo potrebbe essere quella giusta. Non a caso il primo appello è stato quello a "lavorare insieme" su temi come infrastrutture o immigrazione. Ma molto dipenderà anche dall'atteggiamento che avranno i democratici, che avendo ora la maggioranza alla Camera hanno il potere di poter citare il presidente sul fronte del Russiagate e non solo.

Possono anche cercare di costringerlo in tutti i modi a rivelare le sue dichiarazioni fiscali, quelle finora mai svelate, e sottoporlo ad indagini su altri aspetti che riguardano il conflitto di interessi. Per il momento la Pelosi, probabile nuova speaker della Camera, è sembrata non voler affondare e tendere la mano: "Noi abbiamo il dovere di vigilare ma non ci saranno inchieste indiscriminate". Ma la mossa sul Russiagate ha fatto tornare il gelo. Si dovrà vedere anche cosa deciderà di fare il procuratore speciale che indaga sul Russiagate , Robert Mueller, silente nelle ultime settimane della campagna elettorale ma che dopo il voto potrebbe tornare alla carica dando nuovo impulso alle indagini.

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