Martedì, 18 Dicembre 2018
SUDAMERICA

L'Osa non esclude un intervento militare in Venezuela

La soluzione della prolungata crisi in Venezuela deve essere certo trovata prima di tutto a livello politico e diplomatico, ma «un’ipotesi militare» per mettere fine al «regime autoritario» del presidente Nicolás Maduro «non può essere esclusa». La bomba politica è stata lanciata ieri dal segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), l’uruguaiano Luis Almagro, in visita in Colombia per colloqui con le autorità di Bogotà riguardanti il fenomeno dell’emigrazione di milioni di venezuelani fuggiti per la crisi economica, ma anche per le misure coercitive nei confronti degli oppositori.

In una conferenza stampa a Cúcuta, dove attraversano la frontiera i venezuelani che cercano rifugio in Colombia, Ecuador, Perù, Cile e Argentina, Almagro ha detto chiaro e tondo per quanto riguarda un intervento militare per «rovesciare il presidente Maduro» che «non dobbiamo scartare nessuna opzione». "Non possiamo restare a guardare - ha proseguito - quello che sta commettendo questo regime in termini di crimini contro l'umanità, di violazione dei diritti umani e di sofferenza della gente». Per cui, ha aggiunto, «le iniziative diplomatiche restano prioritarie, ma non dobbiamo escludere nessuna altra azione». Il massimo responsabile dell’Osa ha concluso sostenendo di essere andato a Cúcuta «per verificare la situazione umanitaria, perché questa regione è il riflesso delle menzogne del regime. Qui si esemplifica la fame - ha concluso - la miseria e la repressione che genera la dittatura venezuelana».

Analisti non ritengono casuale che il responsabile dell’Osa, organismo con sede a Washington e forte influenza degli Usa, abbia pronunciato il discorso nei giorni in cui il presidente Maduro incontrava il collega cinese Xi Jinping, esaltando "l'alleanza strategica venezuelano-cinese» e la volontà di essere «porta d’ingresso» di Pechino in America latina.
Comunque, la teoria enunciata da Almagro non è nuova, perché di questo si occupò un anno fa il presidente americano Donald Trump in una riunione segreta, poi filtrata ai media, con il segretario di Stato Rex Tillerson ed il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster, ora fuori dal governo. Il progetto fu discusso anche con l’allora presidente colombiano, Juan Manuel Santos, e i rappresentanti di tre Paesi latinoamericani, ma nessuno lo appoggiò. Ed il Mercosur (mercato comune sudamericano) emise un comunicato in cui ribadiva che "gli unici strumenti accettabili per la promozione della democrazia sono il dialogo e la diplomazia».

Il problema principale è che tutti, da Maduro ai capi dell’opposizione radicale venezuelana, affermano di volere il dialogo, ma finora non si è trovata una formula per renderlo concreto con il necessario accompagnamento internazionale. La realtà resta che negli ultimi quattro anni oltre due milioni di venezuelani hanno abbandonato il Paese, e che ora il governo di Caracas ha organizzato un programma, denominato "Ritorno in Patria", a cui hanno aderito ad oggi circa 3.000 rifugiati che non hanno avuto fortuna all’estero.

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