Venerdì, 22 Giugno 2018
L'ANALISI

L’urlo dell’Italia passa dalle urne

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La Lega che col M5S chiude i porti è la stessa Lega che raggranella i risultati migliori di questa tornata elettorale. La prima dopo le politiche di marzo, la prima dopo la nascita del governo gialloverde. Piaccia o meno, è un dato di fatto. Del quale non si può non tenere conto, provando a svestire – a fatica, certo – i panni dell’emotiva solidarietà che ha attraversato le coscienze di tutti coloro che hanno seguito con trepidazione e inquietudine la rotta di Aquarius.

Prima del beau gest (occasionale?) del neo premier socialista spagnolo. E nella certezza che la questione non si chiuderà certo con l’approdo di questa nave a Valencia. La Sea Watch 3 è la prossima in lista.

Che Salvini pecchi di popolarità ed empatia fra i sostenitori dell’accoglienza prima di tutto e a prescindere da tutto, è un’eufemistica certezza. Ma altrettanto certo appare il risultato che emerge dalle urne: la Lega non arretra, al contrario per esempio dei gemelli diversi pentastellati.

Tutt’altro. E allora da questo punto bisogna partire per spiegare cosa frulla davvero in fondo alla pancia di milioni di italiani. Probabilmente stanchi di dover loro malgrado essere coinvolti in un gioco di rimando che vede l’Italia storicamente supina e accondiscendente rispetto alle politiche di gestione dei flussi migratori messe in campo dall’Europa. Un’Europa che si affanna da settimane a dare in pasto alle cronache le allarmanti e comunque inopinabili curve al ribasso di mercati preoccupati dal nuovo sistema Italia.

Ma che come sempre alterna la metafora della testuggine a quella dello struzzo – un po’ indolente, molto pilatesca – quando si passa a parlare di barconi, migranti, profughi, rifugiati, clandestini, vite umane e tutto quanto lessicalmente serve a definire un’emergenza che emergenza per tutti a quanto pare non è.

Più che la perentoria presa di posizione del governo italiano e la piccata reazione di quello maltese, a sconcertare maggiormente è stato proprio il sostanziale disimpegno di Bruxelles, nascosto in uno sterile e imbelle «trovate una soluzione». Urge dunque uscire dal tunnel ipocrita della solidarietà a casa degli altri. I viaggi della disperazione non sono un problema della sola Italia, ma dell’intera Unione, fors’anche dell’intero pianeta.

L’Europa lo sa e tace, gli elettori italiani lo sanno e cominciano progressivamente a tenerne conto. Creando un conflitto di posizioni che certamente segna e pesa sull’immagine del Paese, ma che probabilmente riporta il Paese stesso al centro di una questione finora irrisolta, se non affidandosi ai non codificabili sentimenti di buona volontà, fratellanza, solidarietà.

Lo scomodo Trump, additato come capriccioso e oscurantista, sta mettendo l’Europa spalle al muro in materia di dazi e rapporti interistituzionali, semplicemente ponendo la questione e uscendo dalla logica pelosa del quieto vivere.

È il caso che lo stesso faccia l’Italia in materia di politiche migratorie, fuori dai recinti del buonismo delle convivenze. In ballo c’è il destino oggi di centinaia (e domani di decine di migliaia) di poveracci in fuga da un tragico presente e un incerto futuro.

Loro, con il fardello più o meno volontario di senso di insicurezza generalizzata e di infiltrazioni di avamposti terroristici, non esclusi neanche dal precedente governo di centrosinistra. Loro, con un sorte comunque segnata se non si passa subito dall’accoglienza all’integrazione, bandendo il business dei centri-lager e prevedendo meccanismi certi di inserimento, che li salvino dal potere oppressivo di padroni senza scrupoli nel migliore dei casi o della criminalità organizzata nel peggiore. Tutto questo deve restare solo un problema dell’Italia? O si vuole credere che basta la magnanimità di un Pedro Sanchez fresco di nomina per togliere le castagne dal fuoco all’Europa intera?

Nel dibattito sul filo di umori e malumori, più che il grido scandalizzato contro l’hashtag salviniano #chiudiamoiporti, a colpire maggiormente è proprio il risultato che emerge dalle urne. Con un centrodestra in ripresa, al traino di una Lega sempre più capace di intercettare il malcontento delle masse. Ma alla quale si chiede comunque di gestire con saggezza ed oculatezza tale consenso, senza sfociare nella facile tentazione di una pericolosa radicalizzazione, magari attraverso poco diplomatici post-slogan che scatenano l’inferno – se mai ce ne fosse bisogno – nel grande e spesso qualunquista pantano social.

I Cinquestelle invece subiscono il giudizio del fronte nudo e puro dei propri sostenitori: non sull’azione del governo naturalmente (non è neanche partita), ma sull’alleanza che ne costituisce la base. Non a caso, al Sud – roccaforte del successo del 4 marzo – si registrano le frenate maggiori. In Sicilia, in particolare, conquistano un solo ballottaggio fra i capoluoghi al voto, anche se a Ragusa al centrodestra diviso basterà ritrovare un minimo di compattezza per sfrattare il movimento dalla guida della città. E a Messina, dove Di Maio si era speso in prima persona, il candidato pentastellato è addirittura arrivato quinto, anche dietro all’ultrasconfitto sindaco pacifista uscente Accorinti.

A conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che il M5S è disponibile a strane alleanze per governare il Paese, non per governare nei territori. Pagandone dazio. E lo dimostra anche il fatto che nelle due sole città in cui la partita si è chiusa al primo turno, proprio l’unità delle due coalizioni storiche ha segnato le sorti del voto: col centrosinistra che stravince a Trapani (pur senza i simboli tradizionali e grazie anche all’apporto trasversale di uomini di Musumeci) e il centrodestra che conquista Catania, chiudendo la lunga era Bianco.

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