Lunedì, 10 Dicembre 2018
NUOVE CONSULTAZIONI

Di Maio a Salvini: "Scegliamo un premier terzo, via Berlusconi". Resa dei conti nel centrodestra

C'è ancora uno spiraglio, una possibilità. Luigi Di Maio fa un passo indietro, dice di essere disposto a rinunciare alla premiership e invita Matteo Salvini a scegliere un nome terzo, "politico", per un governo M5s-Lega. Silvio Berlusconi deve starne fuori, è l'unica condizione ribadita di Di Maio.

Su questo scoglio si era infranta l'intesa, due settimane fa. Ma alla vigilia dell'ultimo giro di consultazioni al Quirinale, con la prospettiva di un governo del presidente (gradito a Fi e Pd) o il voto (voluto da M5s e Lega), la partita è riaperta. Perché al bivio, il Cavaliere potrebbe dare, con le dovute garanzie da parte di Salvini, l'appoggio esterno al governo giallo-verde.

La palla passa al centrodestra, al vertice a Palazzo Grazioli con Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni. La parola tocca a loro dopo la mossa di Di Maio, che in un'intervista tv si dice pronto a un passo indietro dalla premiership, per fare con la Lega un governo che assicuri il via libera a "reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero e legge anticorruzione". L'alternativa, avverte Di Maio, è solo il voto, perché M5s e Lega dicono no a governi tecnici o del presidente.

Ma l'opzione di un governo di tregua resta sul tavolo di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica riceverà tutti i partiti per un ultimo giro di consultazioni. Se M5s e centrodestra gli porteranno l'accordo, con il nome del premier terzo e i numeri per sostenerlo, darà il via libera alla nascita di un esecutivo politico. In caso contrario, farà la sua mossa incaricando una personalità che si presenti alle Camere per la fiducia. Se non la ottenesse, per il "no" netto di M5s e Lega, il governo del presidente resterebbe in carica per gli affari correnti fino al voto, a luglio o ottobre. "Prima delle urne siamo pronti a votare un decreto 'manovrina' per scongiurare l'aumento dell'Iva", dice Di Maio, assicurando al Colle che M5s si impegna a evitare il rischio che il protrarsi della crisi porti all'esercizio provvisorio di bilancio.

Prima, però, l'ultimo tentativo. Di Maio è pronto ad accettare di sostenere un governo con un premier "terzo", anche della Lega e anche con i voti di FI, purché il Cavaliere stia fuori dall'esecutivo. In prima battuta, gli "azzurri" respingono l'offerta al mittente. Ma Salvini mostra apprezzamento per la mossa di Di Maio. Voglio tenere unito il centrodestra, assicura il leader leghista a Berlusconi. Ma prima sull'aereo che li porta entrambi da Milano a Roma, poi nel vertice a Palazzo Grazioli, gli pone l'alternativa: si va uniti al Quirinale o a dire sì al governo con il M5s o a chiedere il voto. Ma entrambe le opzioni, secondo fonti di Fi, metterebbero di fatto Berlusconi all'angolo, stretto da un'opa strisciante della Lega.

Non sarebbe invece sostenibile, per Salvini, l'idea del Cavaliere di appoggiare un governo del presidente nell'attesa di creare in Parlamento le condizioni per la nascita di un esecutivo di centrodestra. Se l'accordo con Di Maio si facesse, ipotizzano nel centrodestra, si potrebbero chiedere un premier come Giancarlo Giorgetti, e Salvini si farebbe garante dell'alleato.

Di Maio, intanto, si prepara all'ipotesi alternativa. E a una campagna elettorale in cui evocherebbe un "rischio per la democrazia rappresentativa" generato "dall'esclusione" dal governo del M5s. A quel punto, dice, "dovremo inventarci qualche altra cosa", come "strumenti di democrazia diretta" e il referendum sull'Euro invocato da Beppe Grillo. Ma ci sarebbe anche il "rischio di azioni non democratiche". "Io non minaccio nulla", sottolinea Di Maio. Ma basta al Pd per parlare di "parole eversive": "Abbiamo fatto bene a non fare l'accordo con lui", dice Matteo Orfini. E fa insorgere i Dem anche un'altra affermazione di Di Maio: "Ho incontrato - racconta il leader M5s - esponenti delle forze dell'ordine che hanno condotto una grande inchiesta arrivata alla ribalta nazionale: il loro nucleo è stato smembrato". "A che titolo li ha visti?", domanda il Pd.

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