Sabato, 22 Settembre 2018
56 COMUNI COINVOLTI

Spariti i soldi dei tributi locali, indagine della Corte dei Conti: mancano all'appello 20 milioni

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PALERMO. Quei soldi, quei 20 milioni e 560 mila euro, erano le tasse pagate dai cittadini. E ora che sono spariti, ora che i sindaci se li sono fatti sfuggire per essersi affidati a società inaffidabili, nessuno risarcirà le casse pubbliche malgrado una valanga di indagini e condanne.

La Corte dei Conti ha scoperto 56 Comuni siciliani che avevano affidato il servizio di riscossione dei tributi a società, a volte neppure iscritte all’albo di settore, che poi pur avendo incassato le tasse non hanno versato i soldi. Somme letteralmente sparite.

L’indagine portata avanti dalla Procura della Corte dei Conti, guidata da Gianluca Albo, ha scoperchiato un sistema che è alla base della crisi finanziaria di molti Comuni siciliani. Giusto per fare qualche esempio, il Comune di Trapani ha perso così un milione e 919 mila euro.

Castelvetrano si è visto soffiare 666 mila euro, Motta Sant’Anastasia 3,9 milioni, Termini Imerese un milione e 340 mila euro, Naro un milione e 484 mila euro, Augusta 900 mila, Priolo un milione e 34 mila euro. Sono gli incassi di Ici, Imu, Tari e tutti gli altri tributi locali versati dai cittadini.

Come è potuto succedere? I sindaci negli ultimi dieci anni hanno affidato il servizio di riscossione a società che poi hanno trattenuto i soldi senza versarli alle casse comunali. Albo ha precisato che «ci sono stati affidamenti diretti e non ponderati che hanno esposto, ed espongono, i Comuni a gravi pregiudizi erariali». In molti casi i sindaci si sono affidati a Tributi Italia (o società poi rilevate da quest’ultima, come la San Giorgio a Trapani).

Questa società è finita al centro di inchieste in tutto il Paese per lo stesso motivo: soldi incassati e mai versati ai Comuni. Ora, il punto è che la magistratura contabile si è chiesta come sia stato possibile che un sindaco - invece di rivolgersi a Riscossione Sicilia o Equitalia - abbia scelto di affidare l’incasso delle tasse dal 2009 in poi a una società oscura e per di più già finita al centro di inchieste. Il tutto in un contesto in cui non c’è sindaco che non lamenti la crisi di risorse. Una prassi andata avanti fino all’anno scorso e che probabilmente va avanti ancora.

Nel solo 2017 le sentenze di condanna emesse dalla Conti dei Conti sono state 32 e un’altra è già arrivata a gennaio di quest’anno: descrivono un fenomeno in crescita invece che in diminuzione visto che dal 2011 alla fine del 2016 le sentenze di condanna erano state 24. Già, perchè qui si parla anche di condanne.

La magistratura contabile ha riconosciuto il danno erariale a carico di Tributi Italia, che quindi è stata condannata a risarcire i Comuni. Ma questa società risulta fallita e recuperare le somme è praticamente impossibile. Nessuno verserà le tasse dei cittadini nelle casse comunali nemmeno dopo la condanna della Corte dei Conti. Anche perchè, come dimostrano le sentenze più recenti, gli amministratori della società sono stati prosciolti dall’obbligo di risarcire personalmente i Comuni. I sindaci a loro volta sono messi al riparo da una norma che consente questa prassi, seppure Albo non abbia nascosto di ritenere che l’interpretazione di questa legge sia stata forzata. E se questo è ciò che è emerso dalle prime indagini, molto di più viaggia sotto traccia.

Oltre ai 56 Comuni già finiti sotto la lente di ingrandimento, la Procura ha scoperto che ci sono altri sindaci che hanno affidato il servizio di riscossione ad altre società oscure. Albo ne ha appena accennato durante l’ultima relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Si è accertata - ha ammesso - la presenza sul territorio di un consorzio che, benchè non iscritto allo specifico albo dei soggetti abilitati all’attività di accertamento e riscossione e dotato di un modestissimo capitale sociale, risulta presente in vari enti dell’Isola quale affidatario diretto dei delicati servizi di accertamento e riscossione».

E ciò, ha spiegato il procuratore, è stato possibile da parte dei sindaci «in base a una interpretazione anomala e di comodo dell’articolo 15 della legge 221/1990».

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