Venerdì, 19 Ottobre 2018
DOPO LE TRATTATIVE

In Germania è accordo sulla grande coalizione di governo

BERLINO. Il rischio di un altro fallimento, a un certo punto, ha fatto tremare il tavolo e chi era seduto intorno. Ma poi l’accordo sulla Grosse Koalition, dopo settimane di estenuanti trattative e una lunghissima maratona notturna finale, in mattinata è arrivato. Il prezzo pagato da Angela Merkel è stato altissimo: ben sei ministeri ai socialdemocratici, di cui tre cruciali, tra cui le Finanze, che andrebbero al sindaco di Amburgo Olaf Scholz. Mentre l’Spd crollato alle urne ha ribaltato la sua posizione, portando a casa un risultato eccezionale.

Anche la cancelliera, a rischio fino a qualche ora fa, ha esibito il suo trofeo: «La strada è stata lunga, ma ne è valsa la pena. Ci sono i presupposti per un governo stabile». In effetti, dopo il flop del tentativo giamaicano con Verdi e liberali a novembre, non era affatto scontato. Ma è stato Martin Schulz a poter rivendicare, proprio al suo fianco, che «nel contratto di coalizione si riconosce la mano dei socialdemocratici». «E nelle politiche europee ci sarà un cambio di direzione da parte della Germania», ha promesso in conferenza stampa. La sua battaglia, da condurre accanto a Emmanuel Macron. Parole che tra l’altro hanno avuto un impatto immediato anche in Italia, con lo spread fra Btp e Bund calato a 119 punti base, record minimo dal settembre 2016.

I giochi per il governo però non sono ancora fatti. Spetterà alla base dei socialdemocratici, adesso, la decisione finale. Neanche la Corte costituzionale ha intenzione di fermarli - è di oggi l’annuncio di cinque ricorsi respinti a Karlsruhe - e i circa 464.000 tesserati voteranno dal 20 febbraio al 2 marzo. Le fatiche di Schulz non sono quindi finite, e tutti i sacrifici della Merkel hanno avuto un obiettivo chiaro: aiutarlo a convincere i suoi, per evitare di tornare al voto. Il programma che promette finanze solide, investimenti, solidarietà europea, un’offensiva sull'istruzione, slancio digitale e più sicurezza dovrà fermare la capacità persuasiva di un giovanotto ribelle che si chiama Kevin Kuehnert, il capo dei giovani dell’Spd, colui che ha mobilitato migliaia di persone che si sono iscritte al partito seguendo il suo esplicito invito a farlo per votare contro.

Ad oggi, quindi, restano tutti sotto tiro. L’economia si è subito lamentata della Grosse Koalition «più cara» fra quelle guidate da Angela Merkel (sarebbe la terza questa per la cancelliera, al quarto mandato). La Confindustria locale (Bdi) ha manifestato forti perplessità. E c'è chi ha malignato dicendo che per poco l’Unione non ci ha rimesso pure la cancelleria. I compromessi dolorosi sembrano pesare tutti in campo Cdu. Stando alle indiscrezioni, l’Spd prende i ministeri di Finanze (Scholz), Esteri (Schulz), Lavoro, Giustizia (all’uscente Heiko Maas), Ambiente e Famiglia. La Cdu si accontenta dell’Economia (vi è destinato Peter Altmaier), Difesa (resta Ursula von der Leyen), Istruzione, Salute e Agricoltura. I falchi della Csu bavarese sono stati tenuti buoni con un ministero dell’Interno ceduto al leader Horst Seehofer, che si occuperebbe personalmente di «valorizzarlo con uno spazio nuovo dedicato alla patria». In più avranno Trasporti/Digitale ed Economia dello Sviluppo.

Nonostante questo successo insperato, confermato da tanti volti tirati all’Adenauer Haus, Schulz esce dal negoziato molto debole sul piano personale: si è impuntato sul ministero degli Esteri. Ma ha anche dovuto cedere il titolo di vicecancelliere, che spetterebbe a Scholz. Il suo ingresso nel governo ha sollevato una polemica, molto alta nei media tedeschi per tutta la giornata: gli si rinfaccia un pò ovunque di aver escluso, da candidato cancelliere, che sarebbe mai entrato in un gabinetto di Angela Merkel. Una contraddizione che i tedeschi non perdonano. Schulz, che lo sa bene, ha provato a riparare rendendo noto nel pomeriggio di voler cedere la presidenza del partito ad Andrea Nahles, la pasionaria che ha trainato il congresso di Bonn. «È donna, è più giovane, può rispondere meglio all’esigenza di rinnovamento del partito». Nahles, già capogruppo parlamentare, è sembrata cosciente del peso del compito: «Non certo da sola, ma possiamo farcela». Cosa sa fare meglio di lui, le hanno chiesto i giornalisti? «Lavorare a maglia», ha risposto.

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