Giovedì, 19 Ottobre 2017
L'ANALISI

Caso Riina, ma la Suprema corte non lo vuole liberare

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Ieri sera, a tavola in famiglia, ho avuto difficoltà pure io a spiegare il senso e le possibili ricadute della tanto discussa sentenza della Cassazione sullo stato detentivo del boss Riina. Appena ho accennato alle possibili ragioni giuridiche sottese a questa decisione, sono stato fulminato dallo sguardo dei miei commensali. E da una battuta che ha chiuso il discorso: «Ma che fai, prendi in considerazione anche tu la possibilità che quella belva torni a casa?».

È comprensibile. Chiunque di noi conservi la memoria del sangue versato per volontà del capo dei capi di Cosa nostra nella sua lunga carriera criminale, non può che reagire con un no secco, senza se e senza ma, di fronte alla sola ipotesi che egli rimetta un piede fuori dal carcere. Anche se gravemente malato. In realtà, però, i giudici di legittimità non si sono espressi a favore di una simile ipotesi, né credo l’abbiano resa più probabile in futuro. A mente più fredda, proviamo a ragionarci su.

La Cassazione, intanto, si è limitata a rilevare un’insufficiente motivazione da parte dei giudice di sorveglianza bolognese che aveva rigettato la proposta di (sostanzialmente) scarcerazione avanzata dai difensori del pluriergastolano di Corleone per motivi di salute. Niente via libera al ritorno di Riina a casa sua, dunque. Bensì una mera censura al modo con cui il Tribunale di Bologna ha motivato la scelta di negare il beneficio richiesto. In secondo luogo, la Cassazione ha criticato in particolare alcuni aspetti del provvedimento. E, mediante la tecnica dell’annullamento con rinvio ad altro giudice, ha chiesto una rinnovata valutazione e motivazione.

Una nuova motivazione che tenga conto degli obblighi imposti dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Quali? In estrema sintesi, il divieto assoluto di infliggere pene «contrare al senso di umanità» (art. 27, 3 comma, Cost.) e di sottoporre chiunque «a trattamenti inumani o degradanti» (art. 3, Cedu). Ebbene, secondo la Cassazione il giudice bolognese avrebbe omesso di spiegare «specificatamente» se le modalità di esecuzione della pena nel carcere di Parma siano in grado di evitare uno «scivolamento» verso un trattamento degradante in relazione alla patologia sofferta dal condannato. In altre parole e con riferimento al caso concreto: se occorre un lettino antidecubito per evitare la sofferenza derivante dall’impossibilità di deambulare del detenuto e le dimensioni della cella non ne consentono l’impiego, si trovi un altro spazio detentivo dove invece l’operazione è possibile.

Ma certamente – a parità di altre condizioni – non si è tenuti a rimandarlo a casa. Su altro aspetto la Cassazione lamenta poi una motivazione insufficiente, e cioè sulla pericolosità del detenuto. Al riguardo i giudici di legittimità si guardano bene dal disconoscere «l’altissima pericolosità» di Riina, ma si limitano a chiedere una valutazione che spieghi meglio come tale pericolosità sia ancora «attuale» in relazione al sopravvenuto «più generale stato di decadimento fisico» in cui versa il detenuto.

Da questo punto di vista, allora, non credo che mancheranno elementi concreti e recenti al nuovo giudice per riformulare una valutazione «attualizzata»: basterà attingere ai pareri delle procure della Repubblica competenti i quali mettono in luce che, fino a prova contraria, Riina è il capo in carica di Cosa nostra. Se così stanno le cose, non bisogna lasciarsi impressionare, tenere i nervi saldi e continuare ad avere fiducia nella magistratura. Anzi, ci sono motivi per averne di più dopo questa sentenza.

La Suprema Corte, infatti, con un certo coraggio, ci richiama tutti a fare i conti con i vincoli etico-giuridici di una Stato democratico di diritto, anche quando risulta gravosissimo perché dobbiamo applicarli al più temibile e spregevole degli esseri umani. Non dimentichiamolo mai: noi, i cittadini italiani che amano Falcone, Borsellino e tutti gli altri nostri martiri trucidati da Riina e dai suoi complici, non vogliamo assomigliare neanche un po’ ai nemici della democrazia, ai mafiosi e ai loro amici. Noi lottiamo contro la mafia per la liberta e la civiltà costituzionale. Sempre.

 

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