Mercoledì, 18 Ottobre 2017
CALCIO

Rapporti con i boss, Agnelli deferito: "Nome Juventus ancora infangato"

TORINO. Annuncia il suo deferimento e poi va all’attacco. Il presidente della Juventus Andrea Agnelli anticipa tutti e dice di essere stato deferito nel procedimento sui presunti rapporti tra i boss della 'ndrangheta e la curva, nato sulla base dell’inchiesta della Procura di Torino, che si è conclusa senza conseguenze per il club bianconero. Un provvedimento «inaccettabile, frutto di una lettura parziale e preconcetta nei confronti della Juventus e non rispondente a logiche di giustizia», ha tuonato Agnelli, rendendo noto di avere ricevuto la notifica. Con il presidente bianconero sono stati deferiti l’ex dirigente Francesco Calvo, il security manager Alessandro D’Angelo e il manager della biglietteria Stefano Merulla.

«Anziché limitarsi a contestare eventuali irregolarità nella vendita dei biglietti - è l’osservazione del presidente della Juve - la Procura Federale ha emesso un deferimento nel quale il mio nome e quello dei nostri dipendenti rivestirebbe un ruolo di 'collaborazionè con la criminalità organizzata».

Agnelli ha scelto la sala stampa dello Juventus Center, a Vinovo, per leggere una lunga dichiarazione. «Difenderò - ha detto - il buon nome della Juventus che per troppe volte è stato infangato o sottoposto a curiosi procedimenti sperimentali da parte della giustizia sportiva».

Sul caso è intervento John Elkann, presidente di Exor, la holding della famiglia Agnelli: «Sono certo che la piena disponibilità della Juventus a collaborare con la giustizia farà emergere la totale estraneità della società». Elkann ha colto l'occasione per «ribadire la mia totale fiducia nell’operato di mio cugino Andrea, che ha guidato la Società e il suo gruppo dirigente fino ad oggi, e che continuerà a farlo anche in futuro».

Agnelli ha ripetuto di «non avere mai incontrato boss mafiosi. Se alcuni di questi personaggi hanno oggi assunto una veste diversa agli occhi della giustizia penale, - ha spiegato - questo è un aspetto che all’epoca dei fatti non era noto, né a me, né a nessuno dei dipendenti della Juventus. E se qualcuno potrebbe opporre che gli ultras e i loro capi non sono stinchi di santo, condivido ma rispetto le leggi dello Stato e queste persone erano libere e non avevano alcuna restrizione a frequentare lo stadio e le partite di calcio».

Agnelli sarà sentito dalla commissione Antimafia, dove mercoledì prossimo proseguirà l’audizione del legale del club bianconero, Luigi Chiappero. «La Juventus, i suoi dipendenti e il sottoscritto - ha sottolineato ancora Andrea Agnelli - non ha nulla da nascondere o da temere. Nei mesi scorsi i dipendenti della Juventus hanno collaborato con la Procura di Torino in veste di testimoni, veste che è stata sottoposta a un controllo invasivo e meticoloso, e non è mai mutata. Erano testimoni e sono rimasti testimoni fino alla chiusura delle indagini penali».

Andrea Agnelli è stato deferito dalla Procura federale per non aver impedito «a tesserati, dirigenti e dipendenti della Juventus di intrattenere rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti 'gruppi ultras', anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata». E’ quanto si legge nelle motivazioni della Procura che insieme al presidente Juve ha anche deferito tre dirigenti (Francesco CalVo, Alessandro D’Angelo e Stefano Merulla) e il club bianconero «per responsabilità diretta».

Andrea Agnelli, si legge nelle motivazioni, è stato deferito «per la violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità e dell’obbligo di osservanza delle norme e degli atti federali, perché, nel periodo che va dalla stagione sportiva 2011-12 a quantomeno tutta la stagione sportiva 2015-16, con il dichiarato intento di mantenere l'ordine pubblico nei settori dello stadio occupati dai tifosi 'ultras' al fine di evitare alla Società da lui presieduta pesanti e ricorrenti ammende e/o sanzioni di natura sportiva, non impediva a tesserati, dirigenti e dipendenti della Juventus di intrattenere rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti "gruppi ultras», anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata, autorizzando la fornitura agli stessi di dotazioni di biglietti e abbonamenti in numero superiore al consentito, anche a credito e senza previa presentazione dei documenti di identità dei presunti titolari, così violando disposizioni di norme di pubblica sicurezza sulla cessione dei tagliandi per assistere a manifestazioni sportive e favorendo, consapevolmente, il fenomeno del bagarinaggio». La Procura contesta ad Agnelli di aver «partecipato personalmente, inoltre, in alcune occasioni, a incontri con esponenti della malavita organizzata e della tifoseria 'ultras', assecondando, in occasione della gara Juventus-Torino del 23 febbraio 2014, l'introduzione all’interno dell’impianto sportivo, ad opera dell’addetto alla sicurezza della Società D’Angelo, di materiale pirotecnico vietato e di striscioni rappresentanti contenuti non consentiti al fine di compiacere e acquisire la benevolenza dei tifosi «ultras».

Insieme al presidente della Juventus, sono stati deferiti Francesco Calvo, all’epoca dei fatti tesserato quale Dirigente Direttore Commerciale del club, Alessandro Nicola D’Angelo, all’epoca dei fatti dipendente addetto alla sicurezza (Security Manager) e Stefano Merulla, all’epoca dipendente responsabile del ticket office della Juventus. Ai tre viene contestato il fatto di aver intrattenuto rapporti con i gruppi ultras «e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata».

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