Mercoledì, 18 Ottobre 2017

Ricordando Kurt Cobain, i 50 anni del genio che scelse di essere l'antistar

ROMA. Oggi Kurt Cobain avrebbe compiuto 50 anni. Purtroppo ne sono passati 23 dal suo suicidio, avvenuto il cinque aprile del 1994. Stasera Sky, alle 22.55 sul canale 118, per la serie Crime+Investigation, trasmetterà «Chi ha ucciso Kurt Cobain?», il documentario che ha per protagonista Tom Grant, l'investigatore privato assunto da Courtney Love, la vedova di Cobain, per stabilire se, dopo una fuga dai contorni poco chiari da un centro di Rehab, il leader dei Nirvana fosse stato assassinato.

Tra l'altro il suo cadavere fu trovato tre giorni dopo da un elettricista, arrivato per installare un sistema d'allarme. Ovviamente Grant mette a disposizione una gran mole di materiale, che si affianca a interviste a persone vicine, a sostegno della tesi dell'omicidio.

Le teorie del complotto accompagnano quasi sempre le morti di personaggi iconici e molto spesso trovano terreno fertile nelle indagini frettolose, come frettolosa è stata quella sulla morte di Cobain, o quelle su Tenco o su Jimi Hendrix. Ma nonostante il lavoro certosino di Tom Grant, almeno fino a oggi, non è emerso alcun elemento certo che possa davvero convincere oltre ogni ragionevole dubbio che non si tratti di un suicidio.

Se proprio si vuole ricorrere a un racconto per immagini per ricostruire la breve e bruciante parabola dell'artista che ha cambiato le regole della musica e la storia di una generazione a cavallo tra la fine degli anni '80 e i primi '90 è meglio guardare «Cobain - Montage of Heck», il documentario, il primo autorizzato, prodotto dalla figlia, Frances Bean, e diretto nel 2015 da Brett Morgen, illuminante quanto emozionante montaggio del materiale pescato nell'archivio personale di Cobain e della sua famiglia, con materiale inedito video, fumetti, fotografie, interviste.

Un approccio lontano dalla morbosità di un evento che resta il grande trauma collettivo e mai del tutto elaborato della Generazione X. È difficile che la percezione di questa triste ricorrenza non venga in qualche modo influenzata dall'emotività generata dalla terribile serie di lutti che ha colpito il mondo della musica nell'anno appena passato, senza contare che pochi giorni fa è morto Al Jarreau.

Ed è ancora più difficile accettare, ancora oggi, di essere costretti lunedì a commemorare un genio morto a 27 anni piuttosto che a godere di un nuovo frutto della sua maturità artistica. 27, purtroppo, è una cifra simbolo nel mondo del rock: è stato infatti ribattezzato «Club 27» quel gruppo di icone morte proprio a questa età: Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Whinehouse e, per l'appunto, Kurt Cobain. Kurt Cobain appartiene a quella ristretta di artisti che attraverso la musica hanno cambiato il mondo. E non c'è dubbio che il ruolo di icona planetaria, e le inevitabili conseguenze di una notorietà che nel suo caso sconfinava nel culto, abbiano contribuito in modo determinante a far esplodere le fragilità di un personaggio complesso che accettava con estrema fatica anche il solo fatto di essere «la voce di una generazione».

Il tutto si trasformò per lui in un incubo a causa dell'attenzione gossippara sorta attorno al matrimonio con Courtney Love, una relazione piena di ombre, segnata dalla comune passione per l'eroina, dalla nascita della figlia Frances Bean e finita quel cinque aprile dopo un matrimonio alle Hawaii, tentativi di suicidio (uno compiuto a Roma), i soliti inutili ricoveri in clinica per temporanei Rehab.

Cobain e i Nirvana, grazie a «Nevermind», fecero di Seattle la capitale del nuovo rock, trasformando il Grunge non solo nel codice musicale degli anni '90 ma in una sorta di empirica filosofia di vita, oltre che uno stile. Con «Nevermind» la musica indie da fenomeno marginale diventò il centro propulsore della scena musicale, scompaginando le regole del mercato e al tempo stesso portando in primo piano personaggi e figure cresciute nel rifiuto dell'establishment e dell'industria. Simbolicamente «Nevermind» arrivò al primo posto della classifica Usa scalzando «Dangerous» di Michael Jackson.

Un clamoroso successo partito dal basso: la Geffen, la major che aveva messo sotto contratto la band puntava a vendere 250 mila copie, considerandolo un prodotto di nicchia. Nel suo cammino verso il primo posto vendeva 300 mila copie al giorno. Kurt Cobain era riuscito a intercettare lo spirito del tempo, per sintetizzare, era un personaggio «contro» e si trovò a essere un mito.  Purtroppo se n'è andato troppo presto: senza di lui, Krist Novoselic e Dave Grohl hanno chiuso l'avventura dei «Nirvana».

Oggi, che ombre sinistre si allungano sul futuro del Pianeta, sarebbe bello poter immaginare che in una casa da qualche parte del mondo stia crescendo un nuovo Kurt Cobain. Ma naturalmente dobbiamo anche immaginare che abbia la pelle dura dei Rolling Stones.

© Riproduzione riservata

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