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National Geographic, 100 anni di storia del gigante America raccontati in 700 foto

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«Blaze Starr, leggenda del burlesque a Baltimora», Robert W. Madden
«Blaze Starr, leggenda del burlesque a Baltimora», Robert W. Madden

ROMA. Un’insalatiera multietnica.

Un infinito gran bazar.

È una bislacca marmellata di razze e nazioni quella che chiami America.

Un esasperante e ingombrante paese, paradiso della tolleranza e asfissiante universo bigotto e razzista, che non sai se amare o odiare, anzi che puoi amare e odiare allo stesso tempo: perché ti ha insegnato che la vita vera è «On the road» e perché ha deciso, anche per te, che un certo Donald Trump dovrà diventare il quarterbacks della nazione, meglio, del mondo. Quello che pensa, la mente.

Gli altri si massacrano e lui decide lo schema, mettendoti addosso una tristezza cosmica. Ma tant’è.

Comunque sia, se volete sapere, ma soprattutto vedere, molto degli Usa, sono in libreria i due volumi «The United States with National Geographic» (Taschen, 275 euro), curati da Jeff Z. Klein, Joe Yogerst e David Walker che, grazie ai ricchi archivi del National Geographic, fanno viaggiare nel tempo, provocando, a tratti, spaesamento.

Stato dopo stato, ci trascinano in un tour degli Usa, 100 anni e 700 fotografie, filtrato dall’occhio di uno squadrone di fotografi.

Doppio l’obiettivo: celebrare la principale rivista fotografica al mondo, quella col bordo giallo e milioni di lettori, ma anche gli abitanti, la storia e la bellezza degli States.

In questo paese, nel 1905, National Geographic, che allora contava appena trent’anni di storia, scelse di realizzare un articolo sulla vita in Tibet.

Ignorando le accese proteste dei membri più compassati del consiglio d’ammini - strazione della National Geographic Society, il direttore Gilbert Hovey Grosvenor e il presidente Alexander Graham Bell riunirono una squadra di fotoreporter. Fu una mossa audace e controversa, che suscitò l’opposizione della vecchia guardia, deliziò i lettori e segnò il futuro dei mass media basati sulle immagini.

Nel 1910, Nat Geo pubblicava regolarmente fotografie, permettendo ai propri lettori di ammirare terre, popoli e culture di tutto il mondo dalla poltrona di casa: è stata la bussola editoriale per quattro generazioni di americani guidati, molto prima che si usasse la parola ecologia, a conoscere le diversità e la fragilità dell’ambiente.

Spiega Walker nel saggio che apre il libro:

«All’inizio del secolo scorso uno dei temi era la maestosità del paesaggio americano e i parchi nazionali divennero oggetto di centinaia di racconti e migliaia di fotografie. Poi si è passati al dominio industriale e tecnico sulla natura, si è arrivati ai panorami cittadini, le città all’alba e al tramonto, le piccole imprese, gli istituti di ricerca, le scene di strada, la fauna e la flora, le famiglie a casa, la religione, le istituzioni culturali, le attività del tempo libero, i siti storici, le destinazioni turistiche. E le belle ragazze».

«Nel dopoguerra - continua Walker - ecco apparire le automobili che simboleggiavano la crescente prosperità dell’America e riflettevano, rafforzandoli, ideali di libertà individuale».

Se «Life» enfatizzava il documentario sociale in bianco e nero e creava star come Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e W. Eugene Smith, «The Geographic» era «un’aggiornata enciclopedia mensile di geografia». Proseguendo sulla strada tracciata da un cofanetto di successo della stessa casa editrice, «National Geographic.

Il giro del mondo in 125 anni», questa raccolta contiene centinaia di immagini, strepitose, che documentano un secolo di crescita e cambiamenti dall’Alabama al Wyoming, dallo Utah all’Ohio, al Maryland, al Texas.

Lungo il percorso, si è immersi nel vivido resoconto di un’America ricca di contrasti e in costante evoluzione: ai paesaggi mozzafiato si alternano i progressi dell’industria, le suggestive scene di vita rurale, le città in espansione: una vera storia per immagini. Si viaggia sulle piste da sci del Colorado, tra i club di jazz di New Orleans, sulle colline di lusso di Hollywood, nella Chinatown di Manhattan, fino al barbiere del Kentucky, all’Alaska dei ghiacci, alle Hawaii dei vulcani, all’Arizona dei parchi con un repertorio di scatti mai banale ma spettacolare e informativo.

Soggetto gettonatissimo, l’iconografia locale: il formaggio del Wisconsin, i cavalli del Kentucky, i contadini dell’Iowa, gli sciatori del Colorado.

Dice Nathan Benn: «Eravamo tutti ben consapevoli di stare fotografando la scomparsa delle culture regionali». Le nuove generazioni di fotografi, tra i ’70 e gli ’80, hanno «fermato» i cambiamenti americani - inquinamento, povertà, decadenza urbana - ma pagina dopo pagina si corre anche accanto all’evoluzione fotografica, dai primi scatti in bianco e nero, alle autocromie degli anni ’20 e ’30, alla pellicola Kodachrome di metà secolo, alle immagini più nitide dei reportage anni ’70 e ’80, alle tecniche digitali degli anni ’90 fino al presente.

Strana America, gigante indebitato e scialacquatore con cui bisticciamo ogni giorno ma che ci è essenziale, perché è lui che continua a essere la fabbrica mondiale dei sogni, uno straordinario laboratorio di idee, e opinioni che danno il tempo al discorso internazionale. Strana America, che nel secolo scorso cresceva mentre oggi le invettive del neopresidente Trump hanno scaldato cuori e mandato folle in delirio, registrando un risultato che pesa sul mondo come un macigno.

Strana America, provinciale e autoreferenziale, dove appena il 16% degli abitanti ha il passaporto, e la geografia s’impara solo quando l’US Army invade nazioni lontane.

Strana America che non sa niente del mondo, eppure lo vuole cambiare, esportando una democrazia che in casa pratica sempre più svogliatamente.

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