Addio a Ettore Bernabei, storico direttore generale Rai - Foto

Enlarge Dislarge
1 / 10
Il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi con la presidente del premio Simona Agnes ed Ettore Bernabei a margine della conferenza stampa di presentazione del Premio Biagio Agnes 2015 a Roma, in una immagine del 12 giugno 2015
Il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi con la presidente del premio Simona Agnes ed Ettore Bernabei a margine della conferenza stampa di presentazione del Premio Biagio Agnes 2015 a Roma, in una immagine del 12 giugno 2015

ROMA. "La tv può ricondurre miliardi di uomini e donne sulla via del vero e del giusto". Nella lectio magistralis tenuta alla Pontificia Università Lateranense nel giorno del suo 90/o compleanno, il 16 maggio 2011, Ettore Bernabei, storico direttore generale della Rai negli anni del monopolio, morto questa sera a 95 anni all'Argentario dove era in vacanza con la famiglia, ribadiva uno dei punti di forza della sua attività di 'grande condottiero' della tv pubblica e poi di produttore: l'importanza di una televisione capace di rispettare e di elevare il pubblico.

Una convinzione radicata anche nella sua educazione cattolica. Nato a Firenze il 16 maggio 1921, padre di otto figli, dopo la laurea in Lettere moderne si dedica alla passione per il giornalismo. Dal 1951 al 1956 è direttore del Giornale del Mattino, quotidiano di ispirazione cristiana. Vicino ad Amintore Fanfani, nel 1956 viene chiamato alla guida del Popolo, organo della Democrazia Cristiana. Nel 1961, a 40 anni, diventa direttore generale della Rai, che guiderà fino al 1974, imprimendo all'azienda un ruolo da autentico servizio pubblico, in grado di occuparsi anche "di chi è rimasto un po' più indietro".

Sono gli anni in cui nascono approfondimenti come Tv7 e sceneggiati ispirati ai classici della letteratura, come l'Odissea, I Promessi Sposi, I Fratelli Karamazov. Gli anni in cui vengono realizzate serie come Gli Atti degli Apostoli per la regia di Roberto Rossellini, il Mosè, Gesù di Nazareth firmato da Franco Zeffirelli. E ancora gli anni in cui il il maestro Alberto Manzi insegna a leggere e scrivere a un'Italia che nel 1960 contava ancora il 35% degli analfabeti.

"Ricordo la difficoltà - raccontava Bernabei - perché mi trovai davanti a professionisti e venerabili dirigenti, ben più grandi di me, che erano lì 'prestati' dalla radio e in carica addirittura dagli anni Trenta. Oggi si parla facilmente di 'rottamazione', ma quelli erano indeformabili e inamovibili". Tra le prime decisioni, Enzo Biagi a dirigere il telegiornale. "Se ne andò dopo un po' perché, mi disse, fare le cose con il bilancino del farmacista non era il suo mestiere".

Nel 1974, lasciata la direzione generale della Rai, Bernabei va a dirigere l'Italstat, una finanziaria a partecipazione statale specializzata nella progettazione e costruzione di grandi infrastrutture ed opere di ingegneria civile. Altro passaggio cruciale della sua lunga attività, nel 1992, la creazione della società di produzione Lux Vide, che realizza importanti fiction anche in coproduzione con paesi europei e con gli Stati Uniti. Colossale il progetto Bibbia, 21 prime serate prodotte fra il 1994 e il 2002 per Rai1, vendute in 140 Paesi, in grado di coniugare rilevanza culturale, valore artistico e grande appeal popolare.

Un successo seguito da grandi coproduzioni internazionali e dallo sviluppo della lunga e media serialità, con titoli di straordinaria longevità e successo, come Don Matteo. Pur avendo lasciato il testimone dell'attività di produttore nelle mani dei figli Luca e Matilde, Bernabei continuava ad appassionarsi quando parlava della Rai. "Oggi ci si entusiasma per il web, per Google o Amazon. Ma la tv pubblica - diceva - è rimasta l'unica difesa dei cittadini. Se non si usa il cervello, se i bambini a scuola usano solo il computer e smettono di studiare la tavola pitagorica, si finirà in mano a ciò che raccontano i motori di ricerca e non si saprà più scegliere tra vero e falso, giusto e iniquo, che sulla rete sono tutti sullo stesso piano.

La tv pubblica, invece, come i giornali o i libri, può ancora raccontare un'azione come delittuosa o benefica, aiutare a decidere cosa fare della propria vita e non finire tutti come polli in batteria. Può ancora salvare l'umanità".

© Riproduzione riservata