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IL COMPLEANNO

Auguri a Luca Barbareschi: i miei 60 anni da "imprendattore"

ROMA. «Per me il passato non esiste. Ma neanche il futuro. Per questo ho un quotidiano intensissimo, non spreco nulla».

A rileggere la biografia di Luca Barbareschi - oltre 30 spettacoli a teatro, 80 sceneggiati tv, 20 varietà, 30 film da protagonista e poi la regia, le produzioni, la politica, le grandi sfuriate, i sei figli, le donne, le confessioni, la nascita a Montevideo, la carriera internazionale e da un anno anche la scommessa di regalarsi un teatro, l'Eliseo di Roma - si fa quasi fatica a credere sia una sola vita. O che siano solo i suoi primi 60 anni, che compirà il 28 luglio, tra «il set di un nuovo film francese» ancora top secret «con un regista pluripremiato a Cannes» e l'impresa di un «Don Chisciotte» a teatro da dirigere e interpretare con Chiara Noschese e Gianluca Gobbi (debutto a Firenze il 18 novembre e poi a Roma a Natale).

«Il mio orgoglio maggiore? L'Eliseo - racconta lui -. È la sintesi di tutti questi anni, il mio sogno d'amore. Un teatro che è un centro polifunzionale, per il quale stanno comprando abbonamenti da tutta Italia, dove mi sono ritagliato un posto d'attore, ma che è soprattutto il mio modo per restituire qualcosa, per passare l'esperienza ai nuovi talenti». Qualcuno recentemente lo ha definito un «imprendattore» per il lavoro della sua factory Casanova, con cui spazia dalle fiction su Mennea alla trilogia teatrale su David Mamet, autore statunitense che per primo ha portato in Italia (e di cui a settembre dirigerà «Glengarry Glen Ross»).

«Mi diverte, come quando chiamano mia moglie la 'calabraica' perchè è sposata con un ebreo - commenta - In America tutti gli artisti sono anche imprenditori, penso a Warren Beatty, Steven Spielberg. È una visione leonardesca del nostro lavoro. D'altronde, perchè ridurre tutto a impiegati del catasto quando noi italiani abbiamo quel Dna? Sono un produttivo creativo, anche perchè oggi per convincere le banche a darti i soldi, altro che sceneggiature!».

Se un celebre aneddoto racconta dei suoi genitori, già in attesa di lui, imbarcati per il Sud America sulla stessa nave della Compagnia dei Giovani e Giorgio Albertazzi in tournèe, quasi il segno di un destino, c'è un momento esatto in cui Barbareschi ha capito quale sarebbe stata la sua strada. «A 14 anni al Piccolo di Milano - racconta - Mio padre aveva salvato dai bombardamenti Valentina Fortunato e ogni anno andavamo a vederla. Durante uno spettacolo su Pavese con Luigi Vannucchi ho capito l'importanza della rielaborazione affettiva del teatro. Ma anche vedendo Valter Chiari che con la parola faceva ridere 1500 persone per due ore».

Da allora, la fortuna di incontri come Lee Strasberg e Nicholas Ray, il regista di Gioventù bruciata, suoi maestri a New York.

E poi Salvatores che lo ha diretto in «Sogno di una notte di mezza estate», Roman Polansky per «Amadeus», Carlo Vanzina «che mi ha insegnato la commedia», star come Meryl Streep, Clive Owen. E anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, cui fece lezione ai tempi del liceo e che ha rincontrato recentemente proprio all'Eliseo. «Ho capito che ha capito l'importanza del teatro - dice Barbareschi - Ma se non portano il Fus da 70 a 500 milioni, la prosa è destinata a morte certa».

Poi si torna al fil rouge delle sue scelte.

«L'arte deve dividere, non dare lezioni nè fare propaganda politica. C'è un enorme differenza - dice - tra potere e creatività: o fai Fool o Re Lear. Il mio più grosso errore è stato pensare di creare una sintesi in me. Invece è difficilissimo avere idee creative da politico». Ma niente pentimenti per gli anni da deputato.

«Ho potuto conoscere uomini straordinari, come Camerun, Netanyahu, Obama. Ed è eccezionale lavorare con i più grandi professori alla legge contro la pedofilia o alla creazione del Tax Credit».

Ma oggi cosa manca a Barbareschi?

«Il tempo - risponde - Sono nell'autunno della vita e mi spiace per le cose che ho ancora in mente. Mi auguro di avere altri 20 anni, non dico di agilità, ma di lucidità per riuscire a farle».

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