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"Schiaffo" dell'Alta Corte a Obama: bloccato il piano immigrati

NEW YORK. Schiaffo ad Obama sull'immigrazione. Mentre in Congresso va avanti ad oltranza la rivolta senza precedenti dei deputati dem che chiedono di varare una stretta sulle armi da fuoco.  Le cattive notizie per il presidente americano arrivano dalla Corte Suprema, che gli infligge la sconfitta più sonora dopo avergli regalato grandi soddisfazioni sul fronte dell'Obamacare e su quello delle nozze gay.

Tutta colpa della spaccatura degli otto giudici costituzionali, che si sono divisi esattamente a metà di fronte al piano varato nel 2014 dalla Casa Bianca. Piano che prevede la regolarizzazione fino a 5 milioni di immigrati clandestini, evitando loro il rimpatrio forzato. Si tratta di quegli irregolari che si trovano negli Usa dal 2010, non hanno commesso seri reati e che negli Stati Uniti hanno legami familiari.

La conseguenza di questa impasse tra i 'saggì dell'Alta Corte è che le misure del presidente rimangono bloccate, restando invece in vigore le decisioni contrarie al piano Obama prese nel tempo da alcune corti di appello. A esultare sono il Texas ed altri 25 stati Usa a guida repubblicana, che fin dall'inizio hanno sfidato i decreti varati da Obama nelle aule di tribunale, accusando il presidente di aver abusato dei suoi poteri.

«Una situazione infelice», l'ha definita Obama parlando in diretta tv , e puntando il dito sui repubblicani in Congresso che hanno ostacolato ogni sforzo per varare una riforma complessiva dell'immigrazione, costringendolo a ricorrere a ordinanze e decreti. Repubblicani che - denuncia - continuano a impedire anche la nomina del nono giudice costituzionale in sostituzione di Antonin Scalia, morto lo scorso febbraio. Eppure il presidente già da settimane ha designato il successore, il moderato Marrick Garland. La destra non ne vuole però sapere di risolvere la questione prima delle elezioni presidenziali di novembre.

«L'immigrazione non è un qualcosa di cui bisogna avere paura», ha detto ancora Obama che, con un riferimento indiretto alle posizioni di Donald Trump e della destra più conservatrice, ha sottolineato come non serva «erigere un muro tra noi e quelli che non ci assomigliano o non pregano come noi o hanno nomi diversi». E la divisione della Corte - denuncia - «ci porta ancor più lontano da dove l'America aspira di essere».

Un'America che «il Congresso non potrà continuare ad ignorare per sempre». Come sul fronte dell'epidemia delle armi da fuoco. La rabbia dei democratici al Congresso americano non si placa. Così il sit-in per chiedere con forza di agire per un maggior controllo sulla vendita di pistole e fucili ha superato le 24 ore.  L'aula della Camera dei Rappresentanti, nonostante lo speaker repubblicano Paul Ryan abbia aggiornato i lavori al 5 luglio, resta occupata da decine di deputati. Una cosa mai vista - commentano gli osservatori, con il New York Times che scrive: «Scene di un'eccezionale baraonda alla Camera».  In prima linea John Lewis, 76 anni, icona della lotta per i diritti civili degli afroamericani. Accanto Nancy Pelosi, Gabrielle Gifford e tanti altre personalità. Momenti di tensione nella notte si sono registrati proprio quando Ryan ha invitato tutti ad andare a casa. Ne è nata una bagarre, con urla, cori da stadio e canti. E mentre tutti intonavano le note di 'We Shall Overcomè, l'inno del movimento per i diritti civili degli anni '60, molti rivolti allo speaker mostravano cartelli con le foto delle vittime delle armi, compresi i 20 bimbi della strage di Newtown e i 50 morti del massacro di Orlando.

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