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Marcel Duchamp, l’artista irriverente nei confronti della sua stessa arte

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Duchamp, «Nu descendant un escalier»
Duchamp, «Nu descendant un escalier»

Après lui, le déluge. Ma il diluvio invocato da re Luigi XV è un’inezia se paragonato alla tempesta che si è abbattuta nel mondo dell’arte dal 1916 in poi.

Messi da parte cavalletti, colori e tecniche pittoriche, dopo Marcel Duchamp, l’arte figurativa non è più la stessa e deve, anzi, fare i conti con gli oggetti più eterogenei e spiazzanti. Marcel Duchamp. Dada e neo-dada (fino al 26 giugno) è la mostra che al Museo comunale d’arte moderna di Ascona (Canton Ticino, sul lago Maggiore), con la collaborazione dello Staatliches Museum di Schwerin (Germania), ne celebra genialità e nichilismo estetico con una selezione delle sue opere più emblematiche.

In mostra, anche quelle di dodici artisti di Fluxus, il movimento neo-dadaista formatosi nel 1962 ma attivo già dagli anni ’50 tra cui spiccano i mirabili Self portrait di Emmet Williams, la Symphony 120 in memoriam di Dick Higgins e la Venus di Al Hansen. Il 2016 è l’anno dei festeggiamenti visto che ne sono passati cento da quando, il 5 febbraio 1916, dal Cabaret Voltaire al numero 1 della Spiegelgasse di Zurigo nel quartiere di Niederdorf (detto Dorfli dai locali), il movimento Dada si diffuse a Berlino, Hannover, Amsterdam, Parigi e New York.

Il Cabaret Voltaire chiuse i battenti dopo pochi mesi ma non il sentimento Dada che da lì a poco sarebbe diventato uno tsunami nella storia dell’arte. Nella Svizzera neutrale, apolidi, apolitici e anarchici come Hans Arp, Hugo Ball, Emmy Hennings e Tristan Tzara («Dada non è catalogabile e non significa nulla») contestavano la guerra così come le gerarchie e l’ordine.

Con loro, la sonnacchiosa Zurigo non fu più la stessa: da fredda città borghesemente convenzionale, con la forza delle idee Dada, non convenzionali e anti-tutto, divenne la sede di uno spirito nuovo con cui interpretare la vita. Duchamp (Dada ante litteram), per tutta la vita rifiutò di vedere il suo nome associato a un qualsiasi «ismo», si trasferisce negli Stati Uniti già nel 1915, dando impulso al movimento svizzero con i suoi ready-mades (oggetti sottratti alla quotidianità ed elevati ad opera d’arte), la poetica della casualità e la concezione dell’arte.

I suoi ready-mades (opere «già pronte») sono oggetti della realtà (la prima fu Ruota di bicicletta del 1913) del tutto antiestetiche. Anzi, non sono affatto prodotti che nascono con finalità estetiche ma solo pratiche e funzionali. Alzi la mano chi, vedendo la sua celebre Fontana del 1917 (in realtà, un orinatoio comprato in un negozio) firmata «R. Mutt», e inviata in anonimato alla Società degli artisti indipendenti di New York (fu dimenticata in un angolo e non venne mai esposta), non si sia chiesto:

«Ma questa è arte?».

Ed è qui l‘errore perché, per Duchamp, l’arte non era ricerca di bellezza e armonia: cosa poteva esserci di artisticamente bello nel bel mezzo d’una guerra che stava uccidendo milioni di uomini?

In realtà, le sue iniziative proto-dadaiste, all’epoca, erano esperimenti fatti in studio. Ma quel nome americano (ready-made) e l’idea di passare dall’ interno dello studio all’esposizione in galleria, significa che Duchamp, negli Usa, trova lo spirito adatto ad incoraggiare operazioni creativamente rivoluzionarie («non c’è bisogno di capire il significato dell’opera, basta osservarla, per divenirne compartecipe»).

L’agiato Henri Robert Marcel Duchamp, nasce nel 1887 vicino Rouen, in Normandia, quarto di sette figli.

È stato pittore, scultore e scrittore ma le opere che gli hanno dato fama non le ha né dipinte né scolpite. Anche se fu con Nudo che scende le scale n.2, il quadro esposto con scalpore nel 1913 a New York, all’Armory Show, che Duchamp guadagnò notorietà internazionale. Irridente e irriverente nei confronti del mondo (non solo dell’arte), in realtà, egli amava degradare e ritoccare immagini nelle quali lo sfregio era la prassi (come l’aggiunta blasfema di baffi e pizzetto alla Gioconda nel 1919 in L.H.O.O.Q che sta per «Lei ha freddo al culo»).

L’importante era credere nell’artista ma non nell’arte, non essere conformisti («mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti») e trovare l’alternativa alla pittura «retinica» per rispondere all’eterna domanda: «Si possono fare opere che non siano opere d’arte?».

(*RIPRODUZIONI FOTOGRAFICHE GIOVANNI PEPI*)

© Riproduzione riservata

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