ddl Cirinnà, stepchild, unioni civili, Sicilia, Politica
DDL CIRINNA'

Stralcio stepchild e via obbligo di fedeltà, intesa su emendamento

ROMA. Il ddl sulle Unioni civili si può considerare adesso in dirittura di arrivo. Dopo oltre 24 ore di trattativa la partita delle unioni civili arriva al giro di boa con un accordo in maggioranza messo nero su bianco nel maxiemendamento sul quale, domani, il Senato voterà la fiducia. «Un fatto storico per l'Italia», esulta il premier Matteo Renzi mentre al Senato dal Pd e da Ap arrivano in serie i placet a un testo dal quale spariscono la stepchild adoption e l'obbligo di fedeltà ma che conserva l'impianto del Cirinnà e mantiene «viva» la libertà dei giudici nel decidere sui ricorsi delle coppie omosessuali in merito al riconoscimento dell'adozione del figlio del partner.

Trattativa lunga, difficile, ricca anche di colpi di scena quella che si sviluppa durante l'intera giornata al Senato. Palazzo Madama, nel pomeriggio, sembra quasi la sede dell'Onu a Ginevra, teatro delle intese internazionali più delicati. Le riunioni si susseguono prima nel Pd, poi tra Pd e Autonomie e, infine, tra i Dem e i centristi. Protagonisti, il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e il ministro della Giustizia Andrea Orlando, tessitori - assieme al titolare degli Affari Regionali con delega alla Famiglia, il centrista Enrico Costa - della delicata rete per giungere a un testo che non crei, anche all'interno di ciascun gruppo, dissensi decisivi per il voto di fiducia.  Alla trattativa, si arriva dopo che in mattinata il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, certificando i numerosi distinguo giunti ieri nella riunione dei gruppi Ap, precisa: «lo stralcio della stepchild non basta».

Poi è il ministro dell'Interno Angelino Alfano, dopo un primo vertice di governo tra Pd e Ap, a smorzare i toni plaudendo lo stralcio e augurandosi si andare a votare. I nodi, nel pomeriggio, tuttavia restano, con i centristi che chiedono di tagliare qualsiasi ponte all'omologazione tra unioni e matrimonio (come l'obbligo di fedeltà) e di limitare 'hic et nunc' l'azione dei giudici sulla stepchild. E, dall'altra parte, il leader della minoranza Pd Roberto Speranza che giudica «inaccettabili altri cedimenti», mentre Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri, ironizza: «C'è qualcuno in Ap che vuole il diritto alla scappatella? Non ci credo». Poi le distanze si accorciano: un nuovo vertice di governo  concretizza le ultime limature togliendo l'obbligo di fedeltà per le coppie gay ma non limitando la validità della giurisprudenza sulle adozioni, almeno fino a quando il Parlamento non varerà una nuova legge che, assicura Luigi Zanda, prenderà forma «entro la legislatura».

«Il testo è chiuso, spero si voti già domani», annuncia il ministro Boschi prima di presentare in Aula il maxiemendamento e porre la questione di fiducia. »Siamo soddisfatti«, rimarca Renato Schifani, capogruppo di un'Area Popolare che, sulla fiducia, non eviterà 3-4 voti in dissenso, a cominciare da quello di Maurizio Sacconi. Le opposizioni tuonano. «Renzi è il burattino di Alfano», attacca la capogruppo M5S al Senato Nunzia Catalfo mentre FI parla di ostruzionismo di maggioranza e Gaetano Quagliariello di «accordo truffa».

Ma il dado è ormai tratto e il ddl verrà sostenuto dalla maggioranza di governo (più qualche verdiniano) e non da quella trasversale Pd-M5S-SI. Mentre il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, precisa come sulle unioni civili non ci sia alcun «conflitto» tra Italia e Vaticano ribadendo che il punto fondamentale è la non equiparazione tra unioni civili e matrimonio. Equiparazione che non ci sarà visto il chiaro riferimento nel maxiemendamento agli arti 2 e 3 della Costituzione e non a quelli sul matrimonio. Fuori al Senato, invece, le associazioni Lgbt protestano: volevano la stepchild ma domani, in ogni caso, la strada al sì finale alle unioni civili sarà spalancata.

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