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LA PRIGIONE

Obama vuole chiudere Guantanamo: "Mina nostra immagine"

Barack Obama annuncia il piano per mantenere una delle promesse della sua campagna elettorale del 2008: la chiusura della famigerata prigione di Guantanamo, creata nella base navale Usa sull'isola di Cuba dopo l'attentato delle Torri Gemelle

WASHINGTON.  «Dobbiamo chiudere un capitolo della nostra storia e imparare la lezione dell'11 settembre». A 10 mesi dalla fine del suo secondo mandato, Barack Obama annuncia il piano per mantenere una delle promesse della sua campagna elettorale del 2008: la chiusura della famigerata prigione di Guantanamo, creata nella base navale Usa sull'isola di Cuba dopo l'attentato delle Torri Gemelle.

Si tratta di uno dei capitoli più vergognosi della recente storia americana. Il presidente non vuole lasciare il problema al suo successore, «chiunque esso sia», e ritiene che il piano, accolto «con grande favore» dall'Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein, meriti «un esame imparziale anche in un anno elettorale». Ma non sarà una sfida facile, come lascia intendere la levata di scudi non solo dei candidati repubblicani alla Casa Bianca ma anche di autorevoli membri di un Congresso poco propenso a revocare il divieto di portare nelle prigioni di casa i detenuti di Guantanamo.

Tanto da far prefigurare un eventuale colpo di mano di Obama, con il ricorso ai suoi poteri esecutivi. I motivi elencati dal presidente sono diversi. Il primo è che «dopo vari anni è diventato chiaro che questa prigione non permette di rafforzare la nostra sicurezza nazionale, anzi la indebolisce», ha spiegato, ricordando che essa viene usata come argomento di reclutamento per i jihadisti.

Il secondo è che «tenerla aperta è contrario ai nostri valori, è vista come una macchia. Quando parlo con gli altri leader, sottolineano che è un problema non risolto», ha proseguito. Oltre al danno d'immagine, c'è quello economico: chiudere Guantanamo, che costa 445 milioni di dollari l'anno, trasferendo i detenuti rimasti in prigioni su suolo americano, consentirebbe un risparmio da 65 a 85 milioni di dollari all'anno. Obama parla affiancato dal vice presidente Joe Biden e dal capo del Pentagono Ashton Carter, che oggi ha inviato al Congresso il piano per la chiusura di Guantanamo.

Annuncia che dei 91 detenuti di Guantanamo - ma quando arrivò alla Casa Bianca erano 242 - 35 saranno trasferiti a Paesi stranieri, probabilmente nei prossimi mesi. Degli altri 56, 10 sono stati condannati per terrorismo o hanno cause pendenti davanti alla commissione militare stabilita per perseguire i sospetti: tra loro anche Khaled Cheikh Mohamed, sospettato di aver organizzato l'attentato dell'11 settembre.

Resta incerto il fato di altri 46 prigionieri. Sono loro che dovrebbero essere trasferiti nelle 13 carceri di massima sicurezza individuati dal Pentagono, di cui sette civili e sette militari, ma non ancora resi noti. «Possiamo catturare terroristi, proteggere il popolo americano, provare a processarli e mandarli nelle nostre prigioni di massima sicurezza», ha rassicurato Obama, ricordando che anche il suo predecessore George W. Bush e il suo sfidante alle presidenziali, il senatore John McCain, erano d'accordo nel chiudere Guantanamo.

Ma, a giudicare dalle prime reazioni repubblicane, la strada appare in salita, nonostante l'auspicio del New York Times a superare «l'irresponsabile, bellicosa retorica sulla sicurezza nazionale». «La sua proposta manca di dettagli cruciali richiesti dalla legge, come il costo esatto e il luogo di un nuovo centro di detenzione, non rischieremo la nostra sicurezza nazionale per una promessa elettorale», ha tuonato Paul Ryan, speaker della Camera (controllata dal Gop). Anche McCain sembra aver cambiato idea: «quello che abbiamo ricevuto oggi è un vago menu di opzioni, non un piano credibile per chiudere Guantanamo. Dopo anni di retorica, il presidente non ha ancora detto come e dove ospiterà gli attuali e futuri detenuti, inclusi quelli che la sua amministrazione considera troppo pericolosi per essere rilasciati».

Fuoco anche da parte dei candidati repubblicani alla Casa Bianca, con in testa Marco Rubio, il senatore di origini cubane: «non ha senso, se sarò presidente porterò i terroristi a Guantanamo», ha promesso.

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