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MAXIPROCESSO

Marino: «Si svelarono collusioni col mondo dell’economia e della politica»

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PALERMO. «Il maxiprocesso ha consentito di svelare tanti dettagli dell’organizzazione mafiosa, come la sua struttura verticistica e le sue collusioni col mondo dell’economia e della politica». A spiegare l’importanza di quel processo, a trent’anni di distanza dall’inizio, è lo storico Giuseppe Carlo Marino, già docente di storia contemporanea all’Università di Palermo e autore della «Storia della mafia», edita da Newton e Compton, la più venduta al mondo con oltre 200mila copie, e de «L'Altra Resistenza», scritto con Pietro Scaglione per le Edizioni Paoline.

Inoltre, secondo il docente, «più che gli aspetti criminali della mafia, apparsi in primo piano, il maxiprocesso svelò i rapporti profondi che i poteri mafiosi erano riusciti a costruire con le istituzioni e la politica».

Che cosa ha rappresentato il maxiprocesso nel contrasto alla mafia?
«Il maxiprocesso è stato una svolta nella lotta a Cosa nostra. Uno degli aspetti più importanti fu la struttura accusatoria su cui si fondava, che era il risultato del lungo lavoro istruttorio di Giovanni Falcone sulla base delle rivelazioni di Tommaso Buscetta, grande ex padrino convertitosi in eccezionale collaboratore di giustizia. Quel brillante lavoro di Falcone fu premiato dalla sentenza. Mai prima di allora in Italia si era registrato contro la mafia un successo più rilevante della giustizia».

Qual è stato l’elemento più importante emerso dal maxiprocesso?
«Si è scoperto che la mafia non era soltanto un arcipelago di organizzazioni criminali sparse nel territorio ma che la sua struttura era organica e piramidale con caratteristiche che la rendevano simile a una holding di affari e capace di forti e decisive influenze politiche. Si è scoperto anche che la mafia ha un suo comitato organizzativo e una sua articolazione molto permeante nel territorio che ne fa una specie di potere occulto all’interno dello Stato. Quindi, venne identificata come una componente primaria di quel che è stato definito “doppio stato”».

Com’è cambiato in quel periodo il metodo d’indagine?
«È cambiato grazie alle innovazioni prodotte dal pool antimafia, un metodo di lavoro alla cui formazione diede un contributo decisivo Rocco Chinnici, artefice di questo approccio nuovo nell’attacco al fenomeno mafioso. Venne formato un nucleo compatto di magistrati esclusivamente dediti al compito di combattere il fenomeno mafioso, partendo dal convincimento che non si trattasse di un fenomeno relegabile solo alla dimensione della criminalità ma da interpretare come un fenomeno permeante del sistema politico nel suo complesso, compresi gli apparati istituzionali più rilevanti».

Durante gli anni del maxiprocesso non si sono verificati omicidi di mafia tranne quello del piccolo Claudio Domino. Come si spiega questa ”pax”?
«La mafia ebbe una fase di disorientamento. Probabilmente il colpo infertole da Buscetta con le sue rivelazioni fu avvertito come molto energico e destabilizzante. Poi, bisogna considerare anche il contesto complessivo della società civile, che viene liberata da un lungo sonno. Certamente, avrà avuto un effetto inibitorio anche l’attivazione di un processo contro la mafia di così grandi dimensioni».

Quale fu la reazione della gente?
«La società civile uscì da un lungo periodo di rassegnazione e di passività. Fu un risveglio prodigioso, una primavera di cui si avvertì il tepore nelle piazze, nelle scuole e nei luoghi pubblici di Palermo. Palermo da capitale della mafia cominciò a essere anche percepita come capitale dell’antimafia. Tutto questo non poteva che incidere su un’organizzazione criminale che era abituata a contare sul consenso sottile ed espresso in forme varie, come l’omertà, della società in cui muoveva i suoi affari e svolgeva le sue attività criminali».

Quanto è stato importante l’utilizzo per la prima volta dei pentiti? Quale impatto ha avuto la loro scelta di collaborare sul maxiprocesso?
«Il ruolo dei pentiti fu fondamentale, a partire da quello che è il pentito esemplare, Tommaso Buscetta. Senza di lui Giovanni Falcone non avrebbe potuto istruire il maxiprocesso. Da Buscetta trasse anche le rivelazioni sui rapporti sottili tra i vari gruppi mafiosi, oltre che una conoscenza adeguata della loro strutturazione. E così vennero a galla anche certi rapporti col mondo dell’economia e della politica».

A trent’anni di distanza quale bilancio si può trarre del maxiprocesso?
«Il fatto che fosse stato possibile istruire un processo con un così imponente numero di imputati del gotha mafioso sembrò una vittoria di quella parte della società e dello Stato che incarnavano la legalità. Ma, in realtà, non fu la vittoria definitiva di uno Stato tornato ai suoi valori di Stato democratico, piuttosto fu l’inaugurazione di una guerra tra la parte sana e civile e quella insana, perché corrotta».

Politica e istituzioni sostennero davvero il lavoro dei magistrati durante il maxiprocesso?
«Si verificò un ufficiale compattamento antimafioso unitario di tutti gli apparati dello Stato. La politica uscì dalla vergogna di una lunga sudditanza al fenomeno mafioso. L’omicidio Lima, ad esempio, si sarebbe rivelato una spia di questo fatto e un intervento punitivo nei confronti di quella parte dello Stato che aveva cominciato a riscattarsi dal rapporto di alleanza con la mafia. Ma la contraddizione tra uno Stato sano e uno Stato corrotto rimaneva nel profondo e si sarebbe manifestata successivamente, nel periodo delle stragi, col ritorno della mafia a una aggressività che la mise in condizione di eliminare i grandi protagonisti e condottieri della legalità, ma anche molti dei loro meno celebri collaboratori».

Che cosa scaturì dal maxiprocesso?
«L’azione repressiva dello Stato, di cui il maxiprocesso fu un momento importante, ha registrato un successo notevole nei confronti dell’apparto più manifestamente criminale della mafia, che subì parziali smantellamenti e un evidente destabilizzazione con gravi danni per il prestigio dei suoi capi. In pratica, col maxiprocesso finisce l’età dei ”padrini”. Per dirla con Bauman, la società mafiosa comincia a diventare una ”società liquida”, ma non per questo le sue forze liquide hanno una minore capacità di infiltrarsi. Dopo le stragi, la mafia liquefatta crea una mafiosità diffusa che infesta le istituzioni e le amministrazioni convivendo con una dilagante corruzione dei pubblici poteri e diffondendosi anche al di là della Sicilia».

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