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Isis, Calculli: "I raid alimentano solo odio ed estremismo"

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PALERMO. «Fino a quando continueremo a pensare di essere lanciati in una guerra all'Islam, continueremo a fallire. D'altra parte, i bombardamenti hanno avuto l'effetto contrario a quello atteso: hanno spinto più persone a combattere per l'Isis invece che dissuaderle». Marina Calculli, ricercatrice allo «Imes» - l'Istituto per gli Studi mediorientali della «George Washington University» di Washington - boccia la «politica dei raid». Che non ha impedito ai «tagliagole» di radicarsi, espandersi e colpire com'è avvenuto ieri con la strage di Damasco. Per la studiosa, una strada alternativa è possibile: «Dobbiamo comprendere come l'Isis usa e abusa dell'Islam insinuando l'odio, il risentimento, e riuscendo a spingere molti musulmani verso la radicalizzazione: questo rafforza per l'appunto un progetto di potere, un disegno politico che mira a costruire e consolidare uno Stato».

Un progetto politico, non religioso, quello ferocemente perseguito dallo Stato Islamico. Basta cambiare prospettiva e approccio per drenare consensi al califfo e sconfiggerlo?
«L'Isis usa la logica dello scontro di civiltà, ma il problema è che la usano anche i governi occidentali. Anzi, purtroppo, l'hanno usata per primi e l'Islamismo radicale l'ha cavalcata esacerbandola. A furia di ripeterlo la gente si convince che siamo davvero ad una resa dei conti tra Islam e cristianesimo, o tra Islam e Occidente, quando non è affatto così. Questo è non solo fuorviante perché la maggior parte dei musulmani non sono con l'Isis, né hanno un problema personale, morale o etico con l'Occidente».

Quindi?
«Forse, se parlassimo meno di scontri tra religioni o civiltà e individuassimo gli errori strategici e gli interessi economici che ci sono dietro, le nostre risposte sarebbero più efficaci. Per esempio, ci sono Stati che hanno promosso e finanziato il radicalismo per anni, come l'Arabia Saudita: continuare a trattarla come nostro alleato contro il terrorismo e prendercela poi con i rifugiati è pura ipocrisia del denaro e costruzione di una minaccia falsa che copre quella vera e sposta l'attenzione dell'opinione pubblica. Per combattere il Daesh (termine arabo per indicare lo Stato Islamico, ndr) bisogna cominciare da una nuova narrazione delle religioni e delle civiltà: anzi bisognerebbe smetterla di parlare di religione e civiltà, due concetti paradossalmente riemersi con la globalizzazione».

Il calo del prezzo del petrolio, ma anche le misure assunte da molti Paesi contro i finanziatori dei «tagliagole», stanno mandando in crisi il Daesh. La stampa britannica ha rivelato che sono stati tagliati gli stipendi ai «foreign fighters». Cambierà qualcosa?
«Dipende. Certo, alcuni combattono per incentivi economici. Ma soprattutto i combattenti stranieri, quelli che chiamiamo ormai solo con il termine inglese "foreign fighters", si uniscono al Califfato anche solo perché vedono nell'organizzazione una via di fuga da molti tipi di marginalizzazione, non solo socio-economica. L'Isis sembrerebbe per molti versi l'espressione di un male generazionale, oltre che di una crisi politica generale che vede nella religione una via di fuga».

Malgrado abbia perso Ramadi, il Califfato controlla adesso almeno 65 mila chilometri quadrati di territorio. Un immenso campo di addestramento per migliaia di jihadisti. Minaccia mortale per l'Europa?
«No, affatto. In realtà il sedicente Califfato non ha una forza militare sufficiente da invadere il piccolo Libano, nonostante ci abbia tentato. Dovremmo, dunque, cercare di evitare i toni sensazionalistici usati ogni volta che le milizie dell'Isis conquistano una lingua di terra. In realtà, l'Isis ha occupato prevalentemente aree "abbandonate" sia dallo Stato iracheno sia dallo Stato siriano. Non a caso a Damasco e a Baghdad l'Isis non riesce ad entrare. Figuriamoci l'Europa. Piuttosto il rischio è quello di nuovi attentati, tipo quello di Parigi. Sarebbe importante comprendere meglio l'origine dell'attrazione ideologica che porta diversi ragazzi ad unirsi all'Isis».

Perchè tanta attrazione fatale?
«La realtà ci dice che più bombardiamo la Siria e l'Iraq, più cresce lo sdegno per l'Occidente e la radicalizzazione. Io credo che si potrà cominciare a sconfiggere l'Isis quando ci sarà un bagliore di transizione in Siria: Assad se ne deve andare perché è una figura troppo divisiva, ma contemporaneamente si deve costruire una nuova narrazione di unità nazionale, includendo tutte le milizie pronte a cooperare con quegli elementi del regime e dell'esercito che sono rimasti fedeli ad Assad solo per mancanza di alternative praticabili».

Quali alternative?
«Per spingerle a cooperare, bisogna offrire loro un vero posto nella transizione. Nessuno coopera se non vede un vantaggio. Questo produrrebbe una novità politica: se si crea un nuovo governo, senza Assad, la gente avrà un incentivo nell'abbandonare le terre controllate dall'Isis. Molti seri reportage, come per esempio quelli di "Raqqa has been slaughetered silently", ci dicono che il sostegno popolare verso il Califfato non è per nulla forte in quei 65 mila kmq».

Orrore globale. In Burkina Faso, come in Nigeria, ragazzini-kamikaze. Perché tanto disprezzo per la vita dei minori?
«Perché l'ideologia assassina, evidentemente, non si fa scrupoli. Anzi i ragazzini, anime più fragili, sono prede ancora più facili in contesti in cui c'è molta povertà, devastazione sociale e, di conseguenza, meno istruzione, meno occasioni di crescere con una cognizione di quel che accade intorno».

In Libia, intanto, s'è appena formato e già è in bilico il governo di unità nazionale. Perché il Parlamento di Tobruk dovrebbe affossare l'accordo di Skirat, forse l'ultima occasione per uscire dalla guerra civile?
«Perché è più forte di quello di Tripoli, in quanto ha più sostegno internazionale. Questo non vuol dire più legittimo e popolare, però. È difficile fare previsioni in questo momento. Quello che si evince dalle reazioni di popolo, che ci racconta chi in questo momento è nel Paese, è che i libici non credono molto a questo nuovo governo negoziato più dalla comunità internazionale che dagli attori domestici».

L'Isis, intanto, ringrazia e avanza. Già 10 mila i miliziani nel «Paese del caos». Tutto come in Siria e Iraq?
«Sì, esattamente: l'Isis in genere avanza lì dove non c'è governance. Questo caos politico non fa che avvantaggiare il sedicente Califfato».

Troppo vicina l'Italia per escludere l'intervento militare. O, al contrario, meglio non rischiare troppo con i nostri «vicini di casa»?
«Gli americani hanno detto chiaramente che potrebbero intervenire. In Siria e Iraq, l'Italia si è tirata fuori. In Libia, però, Roma ha troppi interessi ed è dunque assai più probabile che, se dovesse attivarsi una missione militare, l'Italia sia dentro».

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