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Palladino: «I clan degli zingari in forte ascesa: trattano alla pari con le altre mafie»

Andrea Palladino, giornalista freelance che ormai da molti anni scava tra le pieghe di fenomeni criminali per testate come Le Monde e L' Espresso, si è reso protagonista pochi giorni fa di un' importante inchiesta apparsa sul Fatto Quotidiano, intitolata «Modello Casamonica: i clan che mirano alto». Sull' onda delle recenti polemiche sortite dalle esequie dell' ormai famigerato Marlon Brando zingaro, l' autore ha lanciato l' allarme: non è tutto folklore quello che luccica. Die trole carrozze, le rose e le note solenni di Nino Rota, si cela lo spartito, per niente soave, delle nuove mafie zingare. Che partite da Roma, ormai prosperano anche nel centro Italia e persino al Sud.
Quali sono le caratteristiche di queste nuove famiglie mafiose?
«Parliamo di persone di origine Sinti e in parte Rom. Di nomadi che arrivarono in Italia secoli orso no per poi diventare stanziali. Hanno avuto una storia molto diversa dagli altri Rom. E non vanno assolutamente confusi con quelli che in Italia sono spesso vittime di situazioni sociali difficili».

Come nasce il fenomeno delle mafie zingare?
«Tutto cominciò con alcuni gruppi arrivati a Roma tra gli anni 60 e 70, che secondo le cronache del tempo si occupavano di cavalli da corsa. Allora i malavitosi Sinti cominciarono a essere utilizzati dalla banda della Magliana come riscossori di crediti particolarmente difficili. Pian piano misero radici nelle borgate romane e acquisirono peso sul territorio grazie a vincoli parentali molto stretti. I legami di sangue diventarono un elemento molto prezioso per la loro ascesa nel crimine. E così presero ad occuparsi di affari "marginali" della grande criminalità organizzata come la riscossione e l' estorsione, ma anche della distribuzione di stupefacenti come l'eroina».
I Casamonica di Roma non sono l' unica minaccia: i gruppi zingari hanno ruoli criminali importanti al centro e persino al Sud.
«Sebbene a Roma fosse conosciuto da anni, il grande gruppo dei Casamonica è finito sulla bocca di tutti soltanto lo scorso agosto. Il gruppo gestiva interi quartieri della capitale ribattezzati come "supermarket della droga". Ma i Casamonica hanno contatti familiari in Abruzzo e Molise, le loro regioni di origi ne. Imparentati tra loro, alcuni hanno ruoli di primo piano in città come Termoli, Isernia e Campobasso e in città come Pescara. Ma anche a Latina, dove il processo Caronte ha messo in luce una vera e propria guerra tra clan che ha visto coinvolti i Ciarelli-Di Silvio, un gruppo di Sinti e Rom legati ai Casamonica, in tentati omicidi ed estorsioni nell' ambito di scontri con altri clan della città».

E gruppi di origine zingara si sono ormai integrati anche nel sistema della 'ndrangheta. Ci racconti?
«È il caso della famiglia Abbruzzese, che a Cosenza si è ben radicata nel sistema delle 'ndrine. In alcuni processi, che sono arrivati alla pronuncia in Cassazione, è stata contestata al gruppo l' associazione a delinquere in virtù dell' alleanza con la 'ndrangheta. Il cosiddetto Clan degli zingari, gli Abbruzzese, aveva rapporti molto stretti con il clan dei Bruni».
Dall' inchiesta emerge che a Cosenza è caduto il divieto di filiazione per i Sinti. Un segnale importante.
«È una svolta che non deve stupire. Le mafie sono molto pragmatiche. L' obiettivo è conquistare territorio e potere ed estendere i traffici illeciti con ogni mezzo. Di fronte aun gruppo emergente come gli Abbruzzese, i boss non hanno posto alcun veto. Le 'ndrine si sono alleate in passato con pezzi deviati dello Stato e con la massoneria. E non hanno avuto perciò meno scrupoli nello stringere legami con i gruppi di origine zingara. Nelle ultime guerre di mafia in Calabria, il clan Abbruzzese ha avuto d' altra parte un ruolo non indifferente che ne ha manifestato fedeltà alle cosche».

Si tratta quindi di gruppi mafiosi in ascesa?
«I segnali destano allarme: occorre una stretta sorveglianza. A Roma e a Latina, i gruppi malavitosi di origini Rom e Sinti hanno dimostrato di avere abbastanza potere per sedersi al tavolo della grande criminalità organizzata: camorra, 'ndrangheta e in parte anche mafia. Lo dimostrano alcune inchieste recenti: i Casamonica hanno avuto un ruolo ben definito all' interno del sistema di Mafia Capitale. È emerso che gestivano quartieri importanti al Sud di Roma come Anagnina e Tuscolana, e altre zone di espansione edilizia ad alto tasso demografico della Capitale, caratterizzate da fenomeni criminali molto intensi».
E anche a Latina, i malavitosi Sinti non si sono certo rivelati dei comprimari.
«Il processo Caronte ha rivelato che a Latina, il clan Ciarelli-DiSilvio aveva un ruolo importante nell' estorsione, un reato che richiede grande riconoscibilità e che si fonda sul "prestigio" e sul controllo del territorio. Si tratta di due elementi che rendono la famiglia latinense assimilabile a quelle di stampo mafioso tradizionale. Lo testimoniano l' ingente quantità di beni sequestrati, e il ruolo di primo piano svolto nel narcotraffico. E tuttavia, a oggi non è stato contestato né ai Di Silvio di Latina, né ai Casamonica di Roma, il 416 bis: ossia l' associazione mafiosa».

Come sono riusciti a schivare accuse così importanti fino a oggi?
«Nelle poche inchieste giudiziarie svolte finora, si è spesso privilegiato il singolo reato senza vagliare il fenomeno nel suo complesso. Colpisce molto il caso del Lazio, dove i gruppi criminali di origini zingare erano presenti a Ostia, Latina e Roma. A oggi non c' è mai stata un' indagine alargo raggio per verificare se i tre fronti avessero qualche forma di collegamento, che andasse oltre la semplice e appurata parentela».

L' associazione mafiosa non è mai stata contestata. È una strategia studiata a tavolino dai gruppi anon averlo consentito?
«Per comprendere questo aspetto bisogna pensare alle attività criminali di questi gruppi come a un bazar. Si offrono servizi di vario genere all' interno di una struttura non verticistica, molto orizzontale. Nonostante ci siano dei boss riconosciuti, manca una cupola. E ciò facilita le cose».
Un altro elemento che caratterizza le mafie zingare è il matriarcato.
«Nel 2003-2004 la Dia di Roma fece un' importante inchiesta sui Casamonica. Gli inquirenti ricostruirono in quella occasione i flussi finanziari legati al riciclaggio del denaro. Emerse in quell' occasione che le donne avevano un importante ruolo contabile. Presiedevano spesso a operazioni finanziarie complesse, a causa di difficoltà oggettive. Gli uomini erano spesso agli arresti, e loro dovevano ingegnarsi per portare avanti gli affari. Le inchieste mettono in luce come la tradizione Sinti è caratterizzata da una spiccata cultura matriarcale. Le donne hanno nei traffici un ruolo di primo livello».

Propaggini di Mafia Capitale sarebbero presenti anche in Sicilia, al Cara di Mineo. I malavitosi zingari sono arrivati anche sull' Etna?
«Così come Tangentopoli rivelò che Milano era il motore economico di un malaffare che alimentava molte altre regioni italiane, Mafia Capitale comincia a delinearsi come il motore amministrativo e politico di una certa collusione che potrebbe avere molte più rispondenze di quanto sia emerso finora nel resto della Penisola. Anche la Sicilia, particolarmente toccata dalle migrazioni e coinvolta nell' accoglienza, potrebbe rivelarsi perciò parte di un ingranaggio corruttivo molto più importante, di cui forse non abbiamo ancora colto appieno le dimensioni».

 

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