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L'INTERVISTA

Bargiacchi: «Asse Usa-Russia contro l’Isis, percorso a ostacoli al consiglio Onu»

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«Un’alleanza militare capace di riunire sotto la stessa bandiera Usa e Russia potrebbe anche vincere la guerra contro l’Isis. Sempre che gli Stati siano realmente pronti ad assumere un impegno politico e militare di tale portata e contenuto, rendendolo giuridicamente vincolante con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza». Per Paolo Bargiacchi, ordinario di Diritto Internazionale nell’Università «Kore» di Enna, la cautela è d’obbligo nel commentare le «aperture» russe a una coalizione anti-Isis.

Mosca, il viceministro degli Esteri Oleg Siromolotov ha dichiarato che il suo Paese è pronto a una missione «sotto egida Onu» per combattere il Califfato. Troppo presto perché si possa parlare di svolta nella guerra al terrore?

«La coalizione si troverebbe a combattere un “conflitto armato” ai sensi del diritto internazionale, con lo scopo di debellare il nemico mediante l’uso massiccio della violenza bellica. Se così fosse realmente, la situazione potrebbe essere anche ad una svolta. La Russia ha, però, prospettato l’idea di aderire alla coalizione già esistente riconducendola sotto il controllo del Consiglio di Sicurezza e, dunque, assumendo un ruolo politico-militare di primo piano al fianco degli Stati Uniti».

Al Palazzo di Vetro, com’è già avvenuto troppe volte in passato, rischia di impantanarsi tutto?

«Ammesso e non concesso che la dichiarazione russa trovi un seguito effettivo e venga raccolta da Stati Uniti e Gran Bretagna, vi sarebbero comunque numerosi ostacoli politici e giuridici da superare. Nel preparare le risoluzioni del Consiglio che autorizzano l'uso della forza, i 5 membri permanenti sono infatti sempre molto attenti a delimitarne giuridicamente l’ambito per evitare che, da un lato, queste diventino una sorta di “mandato in bianco” e che, dall’altro, norme consolidate del diritto internazionale possano essere derogate».

Cioè?

«Si pensi solo all’eventuale autorizzazione all’uso di poteri coercitivi nei confronti delle navi in alto mare, ossia in un’area dove, da secoli, vige invece la regola inversa della più ampia libertà di navigazione e della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Non stupisce che la Russia abbia, dunque, manifestato la disponibilità ad assumere eventualmente proprio il compito di instaurare e garantire il blocco navale nei limiti fissati dalla risoluzione. Trovare l’intesa tra Russia e Stati occidentali su questo aspetto potrebbe, dunque, essere molto difficile e il fallimento dei negoziati determinerebbe l’una o gli altri a porre il veto».

O magari potrebbe farlo la Cina...

«Anche Pechino ha un interesse diretto in materia, considerando la sua progressiva militarizzazione del Mar Cinese del Sud, già contestata sul piano politico e giuridico dagli Stati Uniti. In tale ottica la Cina potrebbe avere interesse a porre il veto su una risoluzione tesa a rafforzare, in nome della “sicurezza internazionale”, i poteri coercitivi degli Stati terzi in aree di mare in cui vige, invece, un principio giuridico di libertà. Così eviterebbe la creazione di un precedente politico e giuridico “di limitazione e controllo” probabilmente contrario, un domani, ai propri interessi nel Mar Cinese meridionale».

In poche settimane, sembrano radicalmente mutati equilibri e rapporti di forza. L’Iran ha firmato con gli Stati Uniti l’accordo sul nucleare, mentre Turchia e Russia si muovono contro il Califfato. Serviva un nemico comune per riscoprire le ragioni del dialogo?

«La Storia più volte ha dimostrato come fenomeni che destano grave allarme nella società internazionale possano favorire non solo il dialogo e la concertazione politica tra Stati non amici ma anche la nascita di nuove norme giuridiche di diritto internazionale come, ad esempio, avvenne alcuni secoli fa dinanzi al fenomeno della pirateria. Il pericolo Isis offre, per molteplici e complesse ragioni, un terreno comune a Russia e Stati Uniti per riprendere quel dialogo e quella cooperazione interrotti dopo la vicenda ucraina».

L’Unione Europea, intanto, aspetta sempre risposta dalle Nazioni Unite sul piano di operazioni in Libia. Oltre il pattugliamento nel Mediterraneo non si può andare?

«La mancata adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza per contrastare e reprimere il fenomeno degli sbarchi, anche intervenendo nel mare territoriale libico, si spiega proprio con le ragioni appena esposte. Ovvero con la ritrosia, in questo caso di Russia e Cina, ad autorizzare l’impiego della forza in deroga a quelle norme del diritto internazionale che, invece, tutelano l’esclusiva sovranità dello Stato costiero nel proprio mare territoriale e, oltre le 12 miglia, la libertà di navigazione di tutti gli Stati».

Quindi?

«Esclusa per il momento l’opzione militare, agli Stati europei non resta che continuare, da un canto, a pattugliare il Mediterraneo e adempiere l’obbligo internazionale di salvare chiunque si trovi in pericolo di vita e, dall’altro, a rafforzare la prevenzione ed il contrasto degli sbarchi. In questo ambito, va utilizzato il diritto di polizia in un quadro di cooperazione bilaterale e multilaterale con gli Stati africani interessati».

Attentati terroristici, guerre civili in Medio Oriente e Africa stanno moltiplicando il numero di uomini, donne e bambini in fuga dalle loro comunità. Davvero poca cosa per l’Italia l’intesa comunitaria appena raggiunta sulle quote-migranti? La delibera europea non prevede per i profughi alcuna possibilità di scelta sul Paese di destinazione. Una violazione dei diritti dei rifugiati?

«L’intesa non è la migliore possibile e non accoglie in toto le richieste italiane. Può, comunque, essere considerata un buon primo passo. Quanto al “diritto” del richiedente protezione internazionale di scegliere lo Stato di destinazione, esso non esiste in termini così netti ed automatici. Il richiedente asilo ha, infatti, diritto di chiedere protezione allo Stato che, in base ai criteri sanciti dal regolamento “Dublino III”, è competente a ricevere ed esaminare la sua domanda. Quasi sempre, lo Stato competente è proprio quello di primo ingresso. E, nel caso degli sbarchi, questo Stato è quasi sempre l’Italia. L’eventuale, successivo, trasferimento va regolato caso per caso ed in funzione anche della disponibilità dello Stato di destinazione. Anche su questo punto, è necessario lavorare in futuro a livello di Unione per trovare regole nuove e condivise che possano soddisfare maggiormente le esigenze degli individui oggetto di protezione internazionale e degli Stati membri più esposti alla pressione migratoria. Non a caso, l’Italia chiede da tempo la modifica dei criteri per la determinazione dello Stato competente ad esaminare la domanda di protezione».

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