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L'INTERVISTA

Dell’Arringa: «Tsipras faccia dolorose riforme, nessuno adesso concederà sconti»

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Rotolata già dal Partenone la testa di Yanis Varoufakis, i greci traggono gli auspici. Tsipras confida di persuadere i falchi della Bundesbank a riaprire il tavolo delle trattative. Ma la sensazione è che servirà più di un capro espiatorio per lenire l' irritazione dei burocrati dopo il voto popolare di Atene. «Da parte della Grecia ora occorrono proposte precise», chiosa l' economista Carlo Dell'Aringa. «Ma il leader greco sappia che nessuno farà sconti, la strada è tutta in salita», avverte l' ex sottosegretario al Lavoro oggi deputato del Pd.

Professore, le dimissioni di Varoufakis preludono a rapporti più distesi tra Troika e Atene?
«Proprio così. Nell' esaudire i dettami tedeschi, Tsipras ha manifestato tutta l' intenzione di riaprire il dialogo con l' Europa dopo lo strappo del referendum. Il passo indietro di Varoufakis, anche se indotto, testimonia che la Grecia è pronta a retrocedere su posizioni meno bellicose. L' esito delle urne però pesa su Tsipras come un fardello molto pesante. Anche se il voto ha rinsaldato la sua autorevolezza, dovrà barcamenarsi tra le richieste di Bruxelles e le istanze del suo popolo. Non sarà semplice».

Anche se i falchi tedeschi sembrano alzare la posta, su tutti il ministro dell' economia Sigmar Gabriel, ieri Angela Merkel ha lanciato segnali di disgelo. Prove di dialogo?
«Berlino è in una posizione di attesa. Ma lasciare aperta la porta non equivale a spalancarla. I falchi hanno vissuto con forte risentimento l' appello di Tsipras al popolo greco. E i custodi più intransigenti dell' euro hanno la necessità di preservare le regole da improvvide eccezioni. Consentire alla Grecia ciò che non è consentito, significherebbe creare un pericoloso precedente. L' azzardo morale è troppo alto: gli altri Paesi in difficoltà, oggi o in futuro, potrebbero fare della parabola greca una pericolosa pietra di paragone capace di scalfire l' architrave della moneta unica. Tsipras non deve aspettarsi nessuna agevolazione».

Se la Bce ha mantenuto stabile il livello di liquidità di emergenza destinato alle banche greche, preoccupa lo stock di debito di 4,2 miliardi che la Grecia deve restituire il 20 luglio. Che cosa succede se non si trova l' intesa?
«In realtà si tratta di un semplice tempone atto ad alleviare le sofferenze sociali. La Bce ha chiuso i cordoni della borsa la settimana scorsa. Si è trattato di una scelta tecnica pienamente legittima, che va osservata favorevolmente. La Banca Centrale non può decidere in autonomia, per rimettere il meccanismo are gime occorre sostegno politico. Servono garanzie da parte di Atene, e piena soddisfazione dei vertici euro pei per riaprire i rubinetti».

Potrebbe essere il taglio del debito suggerito dal Fondo monetario il punto di caduta per l' accordo?
«È da escludere. La Germania ha detto in termini molto perentori che le condizioni per un rifinanziamento del debito greco escludono tagli o altri condo nidi sorta. L' azzardo morale rappresentato dal referendum mette a rischio la tenuta dell' Unione. I tedeschi non potranno mai far passare il convincimento che basta indire un referendum per strappare un allentamento delle regole. Ne va dell' autorità dell' euro stesso».

È ragionevole immaginare che la Grecia pos sa restituire ulteriori tranche di aiuti, viste le condizioni in cui versa la sua economia?
«Nessuno sa se e quando la Grecia potrà onorare i debiti contratti con i Paesi membri. È certo però che il Paese debba imboccare con decisione la strada delle riforme, che ad oggi resta ancora molto lunga. Tsipras ha il dovere di guardare a Paesi come la Spagna, che sebbene non sia ancora uscita del tutto dalla crisi e presenta una disoccupazione ancora al 20 per cento, si è quasi tratta d' impaccio. Lo stesso vale per l' Italia, che mostra timidi segnali di ripresa. Fare riforme dolorose sul piano sociale, alla lunga ripaga i sacrifici».

Basteranno dunque le riforme per dare respiro al Pil greco?
«L' Europa non deve certo aspettarsi che sia la Grecia il motore trainante del Vecchio continente. Se è doveroso che Atene si tuffi con convinzione in un piano di risanamento, è altrettanto indispensabile che i Paesi forti dell' euro si mettano in testa al binario e trascinino i più deboli verso la ripresa. Serve maggiore coesione economica e politica. E occorrono strumenti più efficaci di prevenzione e di cura. L' Europa deve fare in modo che grazie alla mutua solidarietà non si verifichino più situazioni come quelle che hanno travolto la Grecia».

In che cosa è mancata la politica greca in questi anni?
«Si sarebbe dovuto mettere mano all' età pensionabile come già avvenuto in Italia e in Spagna. E sarebbe stato necessario rimodulare le tasse. Se solo ad Atene si fosse spostato il peso fiscale tre anni fa, oggi non avremmo dovuto assistere a vicende tanto drammatiche. La stabilità può essere garantita dalla cessione di sovranità. Ripiegare su scelte autonome, rifiutare le regole, significa accentuare le differenze con grande svantaggio per tutti».

Tutti auspicano che le parti si riconcilino. Ma che succederebbe in caso di Grexit?
«L' uscita della Grecia dall' euro è uno scenario che va fortemente avversato, ma che rimane drammaticamente attuale. Anche immaginare un abbandono temporaneo della moneta unica in favore di cambiali o monete temporanee, sarebbe deleterio. L' estromissione temporanea della Grecia da Eurolandia, prefigurata da alcuni, aprirebbe alla tentazione di vedere l' euro come una porta girevole. Viceversa, un' uscita definitiva avrebbe senz' altro gravi ripercussioni sull' unione monetaria. Ma a dispetto di chi raffigura la Grexit come la fine dell' euro, c' è da ritenere che la moneta unica sarebbe nelle condizioni di reggere l'urto».

 

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