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L'INTERVISTA

Agueci: «I boss adesso scelgono la strada dell'economia»

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«Proprio in questi giorni, 32 anni fa, la 'Ndrangheta uccise a Torino il procuratore capo Bruno Caccia». Era il 26 giugno del 1983 e il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, usa questo esempio emblematico (insieme a tanti altri, come l'ultimo arresto di Luciano Liggio, avvenuto a Milano nel 1974) per dire che «la presenza delle mafie al Nord non è affatto un fenomeno nuovo».
Ma se cinquant' anni fa le organizzazioni criminali avevano semplicemente trasferito le loro «attività tradizionali, come il traffico di droga, le estorsioni, i sequestri di persone» nel tempo le mafie hanno cambiato volto.
« Secondo il magistrato «adesso si presentano in giacca e cravatta, non offrono servizi e favori a cittadini ed imprenditori, ma si sono buttate nella finanza e negli investimenti in tanti settori dell' economia». Ecco perché «proprio in questi ambiti servono regole molto più trasparenti, per evitare che immensi capitali illeciti finiscano per attraversare il mondo senza lasciare tracce chiare, diventando di fatto inafferrabili per gli inquirenti». Sul fronte giudiziario, per il pm, «il 416 bis è stato definito in maniera così lungimirante da riuscire ad inglobare anche mafie che non hanno contatti con quelle "storiche" e lo dimostra benissimo quanto emerso con l' inchiesta romana "Mafia Capitale"». E di una cosa è certo: «La legalità non è solo un dovere e non riguarda soltanto le Procure, ma anche la politica, l' economia e il mondo dell' informazione, la legalità è un interesse di tutti. Deve essere ritenuta utile e conveniente dai cittadini e lo Stato deve avere cura che venga percepita in questo modo».

La migrazione delle mafie verso il Nord del Paese, secondo lei, a quando si può far risalire? È un fenomeno recente?
«Assolutamente no, non è recente. Risale ad almeno cinquant' anni fa. E per avere un' idea del potere che avevano le mafie a quel tempo, cioè quando capi e gregari venivano sottoposti all' obbligo di soggiorno al Nord, basta pensare che proprio in questi giorni, il 26 giugno, ma di 32 anni fa, a Torino la 'Ndrangheta uccise il procuratore capo Bruno Caccia. È a Milano poi che il boss Luciano Liggio venne arrestato per l' ultima volta nel 1974, nel corso di indagini sui sequestri di persona che in quegli anni imperversavano al Nord».

E di cosa si occupavano a quel tempo le mafie?
«Da indagini condotte all' inizio degli anni Ottanta dalla Criminalpol di Roma, allora diretta da Gianni De Gennaro e Alessandro Pansa, già emergevano elementi chiari sulla presenza attiva di Cosa nostra in vaste aree del Nord e Centro Italia, oltre che in diversi Paesi d' oltreoceano, così come emergevano i suoi interessi economici. Pensiamo ad un' inchiesta come "Duomo Connection", sul traffico di droga tra Sicilia e Lombardia o al fatto che un boss come Gaetano Fidanzati, coinvolto in questi traffici, sia stato condannato a Milano e sia stato poi addirittura catturato lì nel 2009. A Roma, ad esempio, si è avuto contezza della forte presenza negli anni Ottanta della Camorra: è lì che fu ucciso il boss Vincenzo Casillo, legato a Raffaele Cutolo. Sempre lì, la 'Ndrangheta era invece responsabile di gran parte dei sequestri di persona. Oltre a gestire i loro affari "tradizionali", cioè droga, estorsioni, sequestri di persona, le mafie erano alla ricerca, a Milano, del potere economico, ed a Roma di quello politico, e molto spesso li hanno trovati entrambi».

E poi? Cos' è cambiato e che faccia ha oggi il mafioso al Nord?
«La mafia ha capito di dover spostare i suoi interessi e le sue attività di investimento, da una parte quando da noi ha cominciato ad esserci una reazione forte e determinata contro Cosa nostra, e dall' altra quando si è ritrovata con ingenti capitali illeciti da dover reinvestire e ripulire. Allora si è buttata nella finanza e negli investimenti in tanti settori economici. Dal contatto occasionale o dalla proposta di interessate protezioni agli imprenditori, è diventata protagonista dell' imprenditoria ed ha trovato terreno fertile al Nord. Così ha iniziato a presentarsi in modo molto discreto, in giacca e cravatta, ma mostrando grandi potenzialità economiche, riuscendo così a mettersi in affari con imprenditori del Nord, che non si sono resi conto o hanno sottovalutato i pericoli che ne derivavano».

Secondo lei, la fattispecie prevista dal 416 bis riesce ancora ad inquadrare questo fenomeno o andrebbe rivista?
«Il 416 bis è stato pensato in maniera così lungimirante - specie quando contiene precisi riferimenti al controllo delle attività economiche, dei servizi pubblici ed altro - da poter essere applicato ad una realtà criminale come quella emersa nell' inchiesta ro mana "Mafia Capitale" che non ha specifiche origini territoriali, ma adopera gli stessi metodi delle associazioni tradizionali, quelli dell' intimidazione e della sopraffazione. E difatti quello che si sta scoprendo a Roma non è semplice malaffare: è mafia a tutti gli effetti. Sul piano normativo, credo piuttosto che sia tempo finalmente di definire in modo specifico la figura del concorso esterno in associazione mafiosa, su cui noi operatori inseguiamo da anni una giurisprudenza incerta e spesso contradditoria, oltre che di disciplinare una buona volta il patto elettorale politico -mafioso, in modo aderente alla realtà che si vive in concreto. Su queste tematiche le norme attuali lasciano infatti molte "zone grigie" che il legislatore ha il dovere di stabilire con chiarezza se siano "bianche" o "nere"».

Con quali altri mezzi ritiene si possa contrastare il fenomeno?
«Servono regole trasparenti nell' economia e nella finanza. Spesso si scopre che all' origine di società finanziarie ei investimento oche comunque forniscono supporto economico alle aziende si nascondono scatole cinesi e capitali di provenienza quantomeno dubbia ed oscura: possono essere anche tangenti o proventi illeciti, che tornano in Italia dopo aver fatto il giro del mondo e che diventa estremamente difficile inseguire e bloccare. E sappiamo bene, seguendo l' insegnamento di Giovanni Falcone, che la mafia soffre soprattutto quando viene privata dei suoi beni. Le origini oscure di certe risorse finanziarie favoriscono il riciclaggio ed il malaffare, inquinando in modo pesante l' economia. Quanto più si riuscirà a conoscere la provenienza dei capitali immessi sui nostri mercati e l' identità delle persone fisiche che ne sono titolari effettivi, tanto più si riuscirà realmente a bloccare l' espansione delle mafie, in qualsiasi parte d' Italia».

Quindi non è certo un problema soltanto giudiziario?
«No, non possiamo ragionare soltanto in termini giudiziari. Le Procure hanno un ruolo fondamentale naturalmente, ma non si può delegare tutto alla magistratura e, nel caso di persone coinvolte in vicende giudiziarie, affidarsi soltanto all' esito dei processi penali, che possono essere condizionati da mille fattori. Succede spesso che dalle indagini affiorino comportamenti e relazioni che non contengono i requisiti della responsabilità penale, ma sono comunque significativi per valutare la correttezza e l' affidabilità di chi si candida a rappresentare i cittadini. Si tratta di valutazioni autonome, cui il mondo della politica non può sottrarsi, specie nell'attuale momento di crisi nel rapporto di fiducia tra i cittadini e la rappresentanza politica. L' inquinamento dell' economia e della politica non può essere eliminato solo passando dalle aule di giustizia, devono farsene carico tutte le istituzioni anche quelle che contribuiscono alla formazione del consenso e il mondo dell' informazione, facendo in modo e verificando in concreto che la legalità costituisca davvero un vantaggio per tutti. Speriamo che non avvenga più di leggere che un imprenditore vessato ed esasperato si riduca provocatoriamente ad inneggiare alla mafia».

 

 

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